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Nel 1963 Pasolini intervistò l’Italia sul sesso

A cura della Redazione Frutille

Comizi d’amore, quando l’Italia fu intervistata sull’intimità

Nel 1963 Pier Paolo Pasolini attraversò l’Italia con una troupe leggera e una domanda diretta: come vivete l’amore, il matrimonio, il sesso. Ne uscì Comizi d’amore, un’inchiesta filmata presentata al festival di Locarno nell’estate del 1964 e arrivata nelle sale italiane nel 1965. È una delle poche fonti dirette su cosa gli italiani riuscivano a dire dell’intimità in pubblico, davanti a un microfono e davanti agli altri, e su cosa lasciavano fuori.

Un microfono, e la domanda più difficile

Il film nasce di lato. Pasolini e il produttore Alfredo Bini stavano percorrendo il paese per i sopralluoghi del Vangelo secondo Matteo, e in quei mesi, fra il marzo e il novembre del 1963, si portarono dietro un secondo scopo. Alla fotografia Mario Bernardo e Tonino Delli Colli, al montaggio Nino Baragli, la produzione della Arco Film. Novantadue minuti in bianco e nero.

Il metodo è semplice fino all’imbarazzo: Pasolini si avvicina con il microfono in mano e chiede. Nessun questionario anonimo, nessuna scheda da compilare a casa. Le persone rispondono in piedi, spesso in mezzo alla strada, quasi sempre con altri intorno che ascoltano. Il modello dichiarato è Chronique d’un été di Jean Rouch ed Edgar Morin, uscito due anni prima: il cinema che si mette a fare inchiesta e non nasconde di essere lì.

Il prologo è affidato ai bambini di una strada popolare del Sud, ai quali viene chiesto come nascono i bambini. Rispondono a gara, uno sopra l’altro, mettendo insieme quello che hanno sentito dire dagli adulti. Poi l’inchiesta si apre in quattro parti (il rapporto fra sesso e sentimento, le infrazioni alla norma, la libertà e il divorzio, la prostituzione) e si chiude con un matrimonio.

Anche il titolo viene da lontano. È una frase del Sogno di una cosa, il romanzo che Pasolini aveva pubblicato l’anno prima, dove si dice che bisogna chiarire l’odio in comizi d’amore.

Chi risponde, chi si volta, chi ride

Guardato oggi, il materiale più interessante non sta nelle risposte, ma nei secondi che le precedono.

Intorno a chi parla si forma quasi sempre un capannello, e il capannello fa una cosa precisa: ride. La risata arriva prima della risposta, copre l’ultima parola della domanda, occupa lo spazio dove la frase sarebbe dovuta stare. Chi risponde deve prima attraversarla. Qualcuno ci riesce e parla piano, qualcun altro si toglie dal quadro con un gesto della mano, molti rispondono per il gruppo invece che per sé, e la prima persona singolare compare di rado.

Il dubbio se lo pone il film stesso. A commentare il materiale raccolto Pasolini chiama Alberto Moravia e lo psicoanalista Cesare Musatti, e Musatti solleva l’obiezione più scomoda: davanti a una macchina da presa chi viene interrogato spesso tace, oppure dice il falso. Il capannello, che il film mostra e non commenta, lavora dalla stessa parte. L’obiezione resta aperta, e il film non prova a chiuderla.

È anche la ragione per cui il documento regge ancora. Una risposta di circostanza resta un dato: dice quale versione di sé una persona riteneva presentabile in pubblico nel 1963, e quella informazione è difficile da recuperare in qualsiasi altro modo. Quanto pesi il pubblico si misura mettendo quelle risposte accanto a quello che le stesse domande ottenevano per lettera, senza un nome in fondo, quattro anni prima.

Le parole in circolazione

Chi cerca in quelle interviste le opinioni trova soprattutto il vocabolario, ed è la parte che colpisce di più.

Per parlare di omosessualità la parola in circolazione è «invertito», un termine clinico prestato al parlato. Per parlare di prostituzione si dice case di tolleranza, e quelle case avevano chiuso cinque anni prima: dal 20 settembre 1958 la legge che aveva abolito la regolamentazione le voleva tutte chiuse. Per parlare di fedeltà si dice onore, che allora era anche una parola del codice penale.

Lo stesso alone si posava sulle cose. Il bidet entrava in tutti i bagni italiani proprio in quegli anni, e ci arrivava da due secoli in cui era stato tutt’altro che un sanitario qualunque.

Il vocabolario disponibile è tutto prestato da un altro mestiere: la medicina, l’amministrazione, il codice penale. Nel film si sente che chi lo usa lo sta maneggiando con cautela, e più di una volta la frase si ferma prima della fine.

C’è poi un dettaglio che oggi si legge male senza il contesto. Il divorzio, di cui l’inchiesta chiede a tutti, in Italia non esisteva: sarebbe arrivato nel 1970. L’adulterio era un reato, e per la moglie lo restò fino al dicembre del 1968, quando la Corte costituzionale dichiarò illegittimo l’articolo che lo puniva. Chiedere a qualcuno cosa pensasse del divorzio, in quel paese, significava chiedergli di immaginare una legge che non c’era. Sono gli anni in cui la definizione del consenso comincia a spostarsi dentro il codice penale, a partire proprio dalle sentenze sull’adulterio.

L’Italia che non voleva essere guardata

Il film ottenne il nulla osta nell’aprile del 1964 con il divieto ai minori di diciotto anni: la commissione di revisione motivò il divieto con la presenza di sequenze pregiudizievoli per l’età evolutiva. Il risultato pratico è che un’inchiesta pensata anche come materiale di educazione sessuale restò vietata proprio a chi quel materiale sarebbe servito.

Poi ci sono i tre anni che separano le riprese dalla sala. Girato nel 1963, presentato a Locarno nel luglio del 1964, in programmazione in Italia dal 1965: quella distanza misura il tempo che è servito perché un film fatto solo di domande trovasse una porta. In sala non incontrò molto pubblico.

Il montaggio, intanto, faceva un lavoro che nessuna singola intervista poteva fare. Le risposte sono alternate di proposito per geografia e per classe, nord e sud, borghesia e mestieri, e accanto alle persone fermate per strada compaiono anche Giuseppe Ungaretti, Oriana Fallaci, Camilla Cederna, Adele Cambria, il poeta Ignazio Buttitta, il cantante Peppino Di Capri. Il ritratto nasce lì, nell’accostamento: due Italie che non si sarebbero mai sentite parlare finiscono una dopo l’altra nella stessa bobina.

Cosa suona ancora familiare

Sarebbe comodo guardare quelle risposte dall’alto e archiviarle come timidezza di un’altra epoca. Ma la parte che invecchia più lentamente non è il contenuto, è il meccanismo.

La risata che copre la domanda, il rispondere per il gruppo invece che per sé, il passaggio a un registro tecnico per non dover usare il proprio: sono cose che accadono ancora, in stanze molto più piccole di una piazza. Anche il vocabolario si è mosso meno di quanto sembri: le lingue disponibili oggi sono tre, e nessuna delle tre è nata per la conversazione fra due persone. Alcune domande sull’intimità restano sospese per ragioni che somigliano parecchio a quelle del 1963. Sembrano ovvie, sembrano già risolte, e formularle a voce alta costa comunque qualcosa. Allo stesso modo, il silenzio fra due persone continua a essere leggibile in due modi opposti, esattamente come lo era davanti a quel microfono.

Il film si chiude con un matrimonio e con un augurio che Pasolini rivolge agli sposi: «Al vostro amore si aggiunga la coscienza del vostro amore». Sessant’anni dopo, la parte difficile di quella frase è ancora la seconda.



Fonti

Dove si vede oggi. Il restauro in 4K realizzato dalla Cineteca di Bologna con Compass Film circola in sala dal 2022 ed è disponibile in home video e a noleggio sulle principali piattaforme. La trascrizione integrale delle interviste è pubblicata nel volume Contrasto citato sopra.


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