di Aldo Carnero — Musicista e autore
Lavatricia
Una strada popolare del Sud, 1963. Un uomo con un microfono in mano si avvicina a un gruppo di bambini e chiede se sanno come nascono i bambini.
Ridono. Poi fanno a gara per rispondere.
Uno dice dalla pancia, e ha ragione. Uno dice che li porta lo zio. Un altro tira fuori il fiore — «Lo fiore, fiore» — e siccome così non convince nessuno, precisa: «La lavatricia inta la borsa ci sta nu fiore.»
La levatrice. Che arriva con la borsa, e nella borsa c’è il fiore.
Sono i primi quarantotto secondi di Comizi d’amore.
Pier Paolo Pasolini lo gira fra il marzo e il novembre del 1963, mentre cerca facce e paesaggi per il Vangelo secondo Matteo: Napoli, Palermo, Cefalù, Roma, Fiumicino, Milano, Firenze, Viareggio, Bologna, Venezia, Catanzaro, Crotone. Esce l’anno dopo. Di solito lo si guarda come un ritratto d’epoca, e da lì si conclude che eravamo un paese pudico.
A me però ha colpito un’altra cosa, e non è quello che la gente pensa. È come lo dice.
Non gira intorno per vergogna soltanto. Gira intorno perché non ha con che.
Quanti italiani parlavano italiano
Nello stesso anno in cui Pasolini gira con il microfono in mano, un uomo di trentadue anni pubblica da Laterza la Storia linguistica dell’Italia unita. Si chiama Tullio De Mauro, e sta facendo il conto di quanti italiani, dall’Unità in poi, l’italiano lo sapessero davvero.
Le due inchieste non si sono mai incontrate. Sono la stessa inchiesta.
De Mauro stima che nel 1861 fosse in grado di affrancarsi dal dialetto il due e mezzo per cento della popolazione — una cifra contestata, Arrigo Castellani la porta al dieci, e per i nostri fini la differenza è irrilevante: in entrambi i casi l’italiano, per la stragrande maggioranza degli italiani, era una lingua straniera.
Un secolo dopo la faccenda si stava muovendo, ma con calma. Nel 1960 dodici milioni di persone guardavano la televisione la sera. Nel 1963 entrano nella scuola media unica, appena istituita, seicentomila alunni nuovi. E la prima rilevazione seria sugli usi linguistici in famiglia — la Doxa — è del 1974, undici anni dopo il film: dichiara di parlare in casa solo dialetto il 51,3 per cento degli italiani. Solo italiano, il venticinque.
Quindi: quando Pasolini fa quelle domande, sta parlando a un paese in cui la lingua nazionale è appena arrivata in casa. E una lingua non arriva tutta insieme. Arriva per settori, portata da chi la trasmette: le parole della cronaca, del campionato, della pubblicità, dell’ufficio, del bollettino.
Le parole di quello che succede in camera da letto non le portava nessuno. Non la scuola, non la parrocchia, non la televisione.
Su quel capitolo lì, l’italiano non era stato ancora consegnato.
In dialetto, però, le parole c’erano
Qui va detta la cosa che rovina l’argomento, perché è vera.
Il dialetto di parole per il sesso ne aveva parecchie, e precise. L’Enciclopedia dell’Italiano lo mette nero su bianco: il lessico osceno italiano è ricchissimo proprio perché alimentato per secoli dai dialetti. Non è che quelle bocche fossero vuote.
Il punto è un altro, e lo ha descritto Francesca Serafini in un saggio del 2010: in italiano, per dire queste cose, hai i termini del medico o quelli dell’osteria. In mezzo non c’è niente. Le metafore che ci si inventa per stare in mezzo durano il tempo che nessuno le capisce: appena vengono capite diventano oscene anche loro, e tocca ricominciare.
Non mancava il vocabolario, dunque. Mancava il registro.
Ed è esattamente quello che fa il bambino del prologo. Non ha un buco: ha due cassetti — quello delle parole che si dicono ridendo in cortile, quello delle parole che dice l’ostetrica — e nessuno dei due serve per rispondere a un signore col microfono. Sceglie il secondo, che è il più rispettabile, e lo sbaglia, perché in bocca non ce l’ha mai avuto.
Poi però fa una cosa più interessante ancora.
Tiene tutte e due le versioni che gli hanno raccontato, quella della borsa e quella del fiore, e le salda: nella borsa c’è il fiore. Nessuno gliene aveva data una che stesse in piedi da sola.
Ha messo insieme i pezzi che aveva.
Titolo X
Resta la domanda seconda, che è la più scomoda: mancavano, o si è preferito che mancassero?
Su questo c’è un documento.
Nel 1963 il codice penale italiano — quello del 1930, ancora in vigore — conteneva un articolo 553 che recitava: «Chiunque pubblicamente incita a pratiche contro la procreazione o fa propaganda a favore di esse è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a lire quattrocentomila.»
Stava nel Titolo X, e il Titolo X si intitolava Dei delitti contro l’integrità e la sanità della stirpe.
Mentre Pasolini gira l’Italia chiedendo alla gente cosa ne pensa, spiegare in pubblico come si evita una gravidanza è un reato, e ha una pena scritta. L’articolo cade il 10 marzo 1971, quando la Corte costituzionale lo dichiara illegittimo con la sentenza numero 49: contrasta con l’articolo 21, libera manifestazione del pensiero. Otto anni dopo il film.
Non era solo, del resto. Le case chiuse avevano chiuso da cinque anni, con la legge Merlin, in vigore dal 20 settembre 1958. L’adulterio era reato per la moglie e non per il marito fino alla sentenza della Consulta del 1968. Il delitto d’onore e il matrimonio riparatore sono rimasti nel codice fino alla legge 5 agosto 1981, numero 442.
Il silenzio di quelle persone davanti al microfono, insomma, non era tutto timidezza contadina.
Una parte era competenza del legislatore.
7 luglio 2026
Dal 7 luglio di quest’anno è in vigore la legge 9 giugno 2026, numero 104, Disposizioni in materia di consenso informato in ambito scolastico. Tre articoli.
Le scuole secondarie, per qualunque attività che tocchi «temi attinenti all’ambito della sessualità», devono ottenere prima il consenso scritto dei genitori, allegando alla richiesta i materiali didattici. Per le scuole dell’infanzia e le primarie, dice il testo, quelle attività «sono escluse, in ogni caso».
Va detto subito cosa questa legge non è, perché il mestiere di accostare le date si può fare solo se si legge quello che c’è scritto. Non è l’articolo 553. Il 553 puniva chi parlava; la 104 chiede una firma a chi ha la potestà su chi ascolta. Sono due cose diverse e chi le appiattisce sta facendo propaganda, in un verso o nell’altro.
Però una cosa i due testi ce l’hanno in comune, ed è la sola che mi interessa: stabiliscono a monte chi ha il diritto di consegnare le parole, e a chi.
Nel frattempo, una legge che renda obbligatoria l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole italiane non è mai stata approvata. La prima proposta è del 1975, primo firmatario Giorgio Bini. Da allora se ne sono contate parecchie — quante di preciso non lo scrivo, perché chi le conta arriva a numeri diversi — e non è passata nessuna. Siamo uno dei sei o sette paesi europei rimasti senza.
Sessantatré anni e undici legislature dopo, quei quarantotto secondi in una scuola elementare italiana non si potrebbero girare.
Il capannello
C’è un dettaglio del film che di solito non si nota, e riguarda il modo in cui è fatto.
Nessuno, in Comizi d’amore, parla da solo. C’è il microfono, c’è la troupe, e intorno c’è sempre un crocchio di gente che ascolta, ride, si sporge, aspetta il proprio turno di ridere. Le persone rispondono a Pasolini e contemporaneamente rispondono a quelli che stanno lì.
Se è così, una parte di quell’afasia non è cultura né legge. È pubblico.
Il che rende la domanda «siamo lontani dal 1963?» meno rassicurante di come suona. Le parole adesso ci sono: ne abbiamo tre serie complete, e sono tutte prese in prestito. Quella clinica, che è del medico. Quella del porno, che è dell’industria. Quella terapeutica, che arriva quasi sempre in inglese e trasforma una conversazione in una consulenza.
Nessuna delle tre è la lingua in cui parli con la persona che ti sta accanto. E in mezzo, esattamente come nel 1963, non c’è ancora niente.
Con una differenza a nostro sfavore, che è quella del capannello. Quello del prologo si scioglieva quando la troupe caricava le casse sul furgone.
Il nostro non se ne va più. Sta nel telefono sul comodino, e ha i commenti.
Fanno a gara
Torniamo ai quarantotto secondi, perché lì dentro si vede una cosa che nel resto del film non si vedrà mai più.
Il capannello quei bambini ce l’hanno addosso identico: l’uomo col microfono, la macchina da presa, gli altri che stanno a sentire. E fanno a gara. Ridono, si spingono avanti, i più spavaldi rispondono per primi, sbagliano, e insistono.
Lo stesso apparato che due strade più in là chiuderà la bocca a chi ha vent’anni di più, a loro la apre.
Perché nessuno gli ha ancora spiegato che c’è qualcosa da nascondere. E perché quando non hai la parola giusta e non ti hanno ancora insegnato a vergognartene, ne prendi una che le somiglia e tiri dritto.
Il bambino della lavatricia, se è ancora vivo, adesso ha settant’anni suonati.
Tempo di impararla, ne ha avuto.
Non so se qualcuno gliel’abbia mai detta a voce.
Fonti
- Treccani, Enciclopedia del Cinema, Comizi d’amore
- Tullio De Mauro, Storia linguistica dell’Italia unita, Laterza, 1963
- Pietro Trifone, Italiano e dialetto dal 1861 a oggi, Treccani
- Treccani, Enciclopedia dell’Italiano, voce Dialetti: le rilevazioni Doxa dal 1974 al 1996
- Treccani, Sociolinguistica dell’italiano contemporaneo: televisione, alfabetizzazione e scuola media unica
- Fabio Rossi, voce Parole oscene, Enciclopedia dell’Italiano, Treccani, 2011
- Francesca Serafini, Il vocabolario infinito ed effimero del sesso, Treccani, 21 luglio 2010
- Testo dell’articolo 553 del codice penale, abrogato
- Corte costituzionale, sentenza n. 49 del 10 marzo 1971, in Gazzetta Ufficiale n. 74 del 24 marzo 1971
- Legge 5 agosto 1981, n. 442, in Gazzetta Ufficiale n. 218 del 10 agosto 1981
- Legge 9 giugno 2026, n. 104, testo su Normattiva
- Ministero dell’istruzione e del merito, comunicato sull’approvazione definitiva, 4 giugno 2026
- ASviS, sull’assenza di una legge italiana in materia di educazione sessuale e affettiva
Aldo Carnero
Musicista e autore
Aldo Carnero, Torino 1969. Su Sensi scrive di corpi, desiderio e linguaggio della società.
www.aldocarnero.itLe Lettere di Frutille
Un invio discreto, quando c'è davvero qualcosa da condividere.