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Frutille
Educazione sessuale a scuola: l’età sbagliata

di Aldo Carnero — Musicista e autore

L’età sbagliata

Doveva essere la seconda media, quindi il 1981, forse il 1982. Un giorno di primavera, durante l’ora di italiano, entrò in classe il preside.

Ci annunciò che l’indomani avremmo fatto un’ora di educazione sessuale. Poi si raccomandò che ci comportassimo bene.

La professoressa era in piedi accanto alla cattedra. Era molto giovane. La vidi arrossire e deglutire.

Secondo me lo stava scoprendo in quel momento, insieme a noi.

Mi pare fosse un progetto pilota, una di quelle cose che allora si chiamavano sperimentazioni e duravano il tempo di un anno scolastico. A tenerla mandarono lei, che insegnava italiano.

Non le avevano dato niente. Non un materiale, non un’ora di formazione, non qualcuno che le avesse spiegato a che cosa dovesse servire quell’ora. Le avevano dato una classe di dodicenni e un argomento.

Andò come poteva andare. Risate, battutacce, uno che rilanciava dal fondo, lei che alzava la voce e non serviva. Ricordo l’imbarazzo suo più del mio, che è un dettaglio che a dodici anni non dovresti neanche essere in grado di notare. Nessuno di noi capì a che cosa fosse servito. Credo che non l’abbia capito nemmeno lei.

Il progetto morì lì, prima ancora di cominciare davvero.

Ai miei genitori non chiese l’autorizzazione nessuno.

Quello che non funzionò

Ci ho ripensato quest’estate, mentre leggevo di una legge e di un referendum che vorrebbe cancellarla.

La legge è la 104 del 9 giugno 2026, «Disposizioni in materia di consenso informato in ambito scolastico», in vigore dal 7 luglio. Dice che per le attività scolastiche sui temi della sessualità la scuola deve chiedere prima il consenso dei genitori, mettere a disposizione il materiale, dare sette giorni di preavviso. E dice che alla scuola dell’infanzia e alla primaria quelle attività sono escluse «in ogni caso».

Dal 6 agosto c’è una raccolta firme per abrogarla. Scade il 30 settembre.

Ora: nel 1981 il consenso dei miei genitori non lo chiese nessuno. L’ora andò a rotoli comunque. Non andò a rotoli perché mancava una firma. Andò a rotoli perché in quell’aula avevano mandato una persona che insegnava l’analisi logica.

Il problema non era chi firmava il foglio. Era chi entrava in classe.

E a lei non aveva chiesto niente nessuno. Né un parere né una disponibilità. Lo seppe in piedi accanto alla cattedra, davanti a noi.

Il consenso informato, appunto.

Prima, non dopo

C’è una cosa che vale per qualunque materia e che a scuola dovrebbe essere ovvia: si insegna prima che la cosa succeda, non dopo. Dopo non è una lezione, è un commento.

Per questo la fascia di età su cui si sta litigando mi sembra quella sbagliata, in tutte e due le direzioni.

A sei anni non so che senso abbia. Dipenderebbe moltissimo da come. A quindici ne ha ancora meno, perché a quindici anni sei in ritardo. Secondo la sorveglianza HBSC dell’Istituto superiore di sanità, nel 2022 aveva già avuto un rapporto sessuale completo circa un quindicenne su cinque.

Vuol dire che in una classe di venticinque, quando arrivi con la lezione, quattro o cinque hanno già archiviato la pratica per conto loro, con le informazioni che sono riusciti a rimediare.

La finestra utile sta in mezzo. Sta intorno agli undici, ai dodici, ai tredici anni. Sta esattamente dove stavo io quel giorno, in seconda media.

Dove cade l’attrito

Guardiamo allora dove cade questa legge.

Il divieto secco, quello senza appello, copre l’infanzia e la primaria: la fascia su cui io stesso non saprei che cosa proporre. Su quella la legge e io siamo quasi d’accordo. Lo dico senza entusiasmo: essere d’accordo per stanchezza non è essere d’accordo.

Tutto il resto — il consenso preventivo, il materiale da far visionare, i sette giorni, il percorso alternativo da organizzare per chi non aderisce — cade sopra. Cioè sulle medie. Cioè sulla finestra che serve.

Non è un divieto, va detto con precisione: è un attrito. Ma un attrito ripetuto, su una materia che già mette a disagio chi la deve organizzare, funziona come un dissuasore. Il dirigente che deve decidere se aprire quella pratica sa che se non la apre non gli succede niente.

E allora la domanda vera diventa un’altra: che cosa succede in seconda media?

Sessualità, affettività

Poi ci sono le parole, che come sempre dicono più del resto.

La legge non usa mai l’aggettivo «affettiva». Dice «temi attinenti all’ambito della sessualità». E lo ripete comma dopo comma, senza ammorbidirlo mai.

Il comitato che vuole cancellarla si chiama «Sì educazione affettiva nelle scuole».

Confesso che l’aggettivo mi era sembrato un vezzo contemporaneo, di quelli che arrivano per rendere presentabile una parola scomoda. Sono andato a controllare e mi sbagliavo di grosso. «Educare all’affettività e alla sessualità» è il titolo dei materiali dell’Ufficio nazionale per l’educazione della Conferenza episcopale italiana. «Educare l’affettività» è un testo dell’Opus Dei. L’AGESCI ha i suoi orientamenti costruiti sui documenti del magistero. L’Organizzazione mondiale della sanità, dal canto suo, non lo usa affatto: parla di comprehensive sexuality education, educazione sessuale comprensiva. Nient’altro.

L’eufemismo, insomma, viene dalla sacrestia. Ed è finito in bocca a chi la sacrestia la combatte.

Sul sito della campagna referendaria, il giorno in cui l’ho aperto, il testo del quesito non c’era. C’era lo slogan: «Uguale amore, uguali diritti». Che è una bella frase e non c’entra niente con l’ora di scienze di una seconda media.

L’obiezione che mi faccio da solo

Mi si dirà che la scuola chiede già l’autorizzazione per un mucchio di cose e che qui non si è inventato nulla.

Solo che l’autorizzazione per la gita è una manleva su un rischio esterno, più o meno accidentale: la strada, il pullman, il museo. E lo sportello psicologico assomiglia molto a un trattamento sanitario. Nessuno dei due riguarda le idee.

L’obiezione seria è un’altra: l’ora di religione. Lì il consenso dei genitori riguarda eccome i contenuti e i principi, esiste dall’Accordo del 1984 e non scandalizza più nessuno.

Concedo il punto sul principio. Non lo concedo sul meccanismo. Per la religione si sceglie una volta, all’atto dell’iscrizione. Quella scelta vale per tutto il corso di studi. Qui si firma ogni volta, per ogni attività, con il materiale da visionare sette giorni prima. Una decisione contro una pratica ricorrente. Non è la stessa cosa. Chiunque abbia lavorato in un ufficio sa perfettamente perché.

Non c’è la casella

Il quesito chiede se si vuole abrogare la legge 104 del 2026. Tutta.

Nel comunicato con cui è stata aperta la raccolta, il comitato descrive così il proprio obiettivo: «la cancellazione dell’obbligo del consenso scritto preventivo dei genitori e del conseguente allontanamento dalla classe degli alunni non autorizzati».

Del divieto per le elementari non si parla. Cade lo stesso.

Quindi chi pensa quello che penso io — a sei anni no, a quindici tardi, a dodici sì — non ha una casella. Se firmo cancello anche il divieto che condivido. Se non firmo mi tengo anche l’attrito che non condivido. Una materia fatta di età, di gradi di scuola, di distinzioni. In mano, un foglio con due opzioni.

C’è un ultimo dettaglio. Sta nell’articolo 2, quello di cui non ha parlato nessuno.

Dice che chi viene da fuori a fare queste attività va scelto dal collegio dei docenti valutando i titoli e la «comprovata esperienza professionale, scientifica o accademica nelle materie oggetto dell’intervento», oltre all’adeguatezza all’età degli studenti. È l’unico punto di tutta la storia che risponde al problema del 1981. Cade anche quello, se il referendum passa.

Con un’avvertenza, però. L’articolo 2 riguarda i soggetti esterni.

La professoressa di italiano era interna.

Fonti

Aldo Carnero

Aldo Carnero

Musicista e autore

Aldo Carnero, Torino 1969. Su Sensi scrive di corpi, desiderio e linguaggio della società.

www.aldocarnero.it

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