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Il generale legge la legge: la legge 194 nel 1981

di Aldo Carnero — Musicista e autore

Il generale legge la legge

Il 24 agosto Futuro Nazionale ha pubblicato la seconda parte del suo documento programmatico. Il giorno dopo i titoli dicevano tutti la stessa cosa, virgolette comprese: «L’aborto non è un diritto».

Nel giro di poche ore il paese era schierato. Da una parte chi ci leggeva un attacco alla legge 194, dall’altra chi festeggiava un attacco alla legge 194. Sulla sostanza, perfettamente d’accordo.

Poi sono andato a leggere il documento.

Il documento

Si chiama Base Ideologica e Programmatica. Sono un centinaio di pagine in un PDF sul sito del partito. La frase con le virgolette non c’è.

Quello che c’è scritto è più lungo e molto più noioso. Immagino sia per questo che non l’ha riportato nessuno.

Sul tema dell’aborto, occorre innanzitutto constatare che la vigente legge 194/1978 […] di fatto non prevede l’istituzione di un presunto «diritto di aborto», espressione linguistica che infatti, nel testo normativo, non compariva né compare in alcun articolo, ma procedeva di fatto ad una depenalizzazione circostanziata dell’aborto che, comunque la si pensi, non istituisce un diritto.

Non è uno slogan. È un’affermazione sul testo di una legge dello Stato. Le affermazioni sul testo di una legge dello Stato hanno una caratteristica scomoda: si possono controllare.

Quindi ho controllato.

Nella legge 194 la parola diritto c’è. Compare all’articolo 1, per il diritto alla procreazione cosciente e responsabile. Compare all’articolo 5, dove il consultorio deve informare la donna «sui diritti a lei spettanti in base alla legislazione statale e regionale» e metterla in grado di «far valere i suoi diritti di lavoratrice e di madre». Compare all’articolo 10, per il diritto all’assistenza mutualistica.

Poi basta.

Un diritto di aborto, o all’aborto, nella legge non c’è. Da nessuna parte, in nessun articolo, in nessuna forma.

Su quello ha ragione.

Vale la pena andare avanti di qualche riga, però, perché il capoverso non finisce dove finisce l’argomento giuridico. Dopo la depenalizzazione circostanziata arrivano Madre Teresa di Calcutta — il Nobel di Oslo, 11 dicembre 1979, «il più grande distruttore della pace oggi è l’aborto» — e Leone XIV, che a gennaio la citava.

Il rilievo sul testo della legge è esatto. Non è per quello che sta lì.

L’articolo uno

C’è però l’altra metà, quella che il programma non cita e che è più interessante di quella che cita.

La legge 194 si apre così:

Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite.

È l’articolo 1. È in vigore dal 22 maggio 1978.

La legge che ha depenalizzato l’aborto in Italia comincia dicendo che lo Stato tutela la vita umana dal suo inizio e che abortire non è un metodo contraccettivo. È la prima riga. Sono quarantotto anni che sta lì.

Il 17 maggio 1981

Qualcuno, quella riga, aveva provato a cancellarla.

Nel febbraio del 1981 la Corte costituzionale si trovò sul tavolo tre richieste di referendum sulla 194. Le riunì in un unico giudizio e decise il 10 febbraio, relatore Livio Paladin.

Due venivano dal Movimento per la Vita. La più dura chiedeva di smontare l’intera legge e la Corte la dichiarò inammissibile: alla scheda non ci arrivò mai. L’altra, più contenuta, puntava a lasciare in piedi il solo aborto terapeutico. Partivano entrambe dall’articolo 4. L’articolo 1 lo lasciavano esattamente dov’era, il che è comprensibile: era la loro frase.

La terza era del Partito Radicale. La Corte la definisce «richiesta radicale tendente alla depenalizzazione». Sulla scheda il quesito cominciava così:

Volete voi l’abrogazione degli articoli 1; 4; 5; 6 lettera b)…

Uno. Il primo numero dell’elenco.

Per correttezza: abrogare l’articolo 1 non significava asportare chirurgicamente la frase sulla vita umana. Significava togliere tutto l’articolo, compresa la prima metà, quella sul diritto alla procreazione cosciente e responsabile. Non era un intervento su una parola. Era via la premessa.

Il 17 maggio andò a votare il 79,41% degli aventi diritto. Sulla scheda le domande sull’aborto erano due.

Quella del Movimento per la Vita fu respinta dal 68% dei votanti.

Quella radicale dall’88,42%. Tre milioni e mezzo di sì contro ventisette milioni e quattrocentomila no.

Il quesito che chiedeva di cancellare l’articolo 1 perse con venti punti in più di quello che voleva restringere la legge. Fu il più sonoramente respinto dei cinque referendum di quell’anno. In mezzo c’erano l’ergastolo e il porto d’armi.

La formula

Emma Bonino è morta l’11 settembre, a settantotto anni. I funerali di Stato si sono tenuti il 15 al Campidoglio, in forma laica.

Prendo il lancio dell’agenzia DIRE dello stesso giorno, perché è il primo che mi è capitato sotto gli occhi: «il referendum del 1981 a difesa e per l’ampliamento della Legge 194».

Un referendum, al singolare. E a difesa.

Quel giorno di referendum sull’aborto ce n’erano due e tiravano in direzioni opposte. Quello radicale non era a difesa della 194: chiedeva di togliere l’articolo 1, le procedure del consultorio, i tempi, le autorizzazioni, le sanzioni. La legge che ne sarebbe uscita non sarebbe stata la 194 ampliata. Sarebbe stata un’altra legge.

Non è malafede. È una formula che si tramanda. Le formule che si tramandano hanno tutte la stessa proprietà: tengono le vittorie.

La cosa su cui sono d’accordo

Mettiamole vicine, le due letture.

Partito Radicale, 1980: la 194 non istituisce un diritto, è una depenalizzazione a condizioni. Le condizioni vanno tolte.

Futuro Nazionale, 2026: la 194 non istituisce un diritto, è una depenalizzazione circostanziata, quindi si smetta di chiamarlo diritto.

Sul che cosa c’è scritto nella legge dicono la stessa identica cosa. Usano perfino la stessa parola.

Sul resto stanno agli antipodi. Non è un dettaglio: gli uni volevano che quel diritto nascesse, gli altri vogliono che non nasca mai. Non è una convergenza. È il contrario di una convergenza — è che due posizioni inconciliabili leggono il testo allo stesso modo e litigano su cosa farne.

Gli unici a non essersene accorti sono quelli che ad agosto si sono divisi in sei ore su un titolo di giornale.

Quello che c’è adesso

Intanto la legge sta dove stava. Non l’ha abrogata il referendum del 1981, non ci ha più riprovato nessuno. Il programma di Futuro Nazionale non lo chiede: chiede associazioni pro-vita nei consultori, il battito fetale fatto ascoltare, il riconoscimento giuridico del concepito. Sull’accesso, non sulla legge.

Relazione del Ministro della Salute sull’attuazione della 194, dati 2023, depositata a marzo di quest’anno. Ginecologi obiettori di coscienza: 57,1%, in calo rispetto al 60,5% del 2022. Anestesisti: 35,1%. Personale non medico: 30,9%.

Poi c’è una riga che non ha fatto notizia da nessuna parte. Tra i ginecologi non obiettori che lavorano nelle strutture dove l’interruzione si pratica, il 10,6% non ne esegue comunque. Centonovantasei persone. Non hanno dichiarato niente e non figurano in nessuna statistica sull’obiezione. Per la donna che si trovano davanti il risultato è lo stesso.

Il carico medio nazionale è di 0,8 interruzioni a settimana per ogni ginecologo non obiettore. In Molise 5,9.

La legge è intatta. Quello che si muove è l’accesso. E si muove senza passare da nessun voto.

La richiesta di referendum numero 22 del registro fu depositata il 26 giugno 1980. Porta cinque firme. La prima è quella di Giuseppe Rippa.

Il nome di Emma Bonino non c’è.

Gliel’abbiamo messo noi, dopo.

Fonti

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Aldo Carnero

Aldo Carnero

Musicista e autore

Aldo Carnero, Torino 1969. Su Sensi scrive di corpi, desiderio e linguaggio della società.

www.aldocarnero.it

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