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Il confessore e lo psichiatra passavano al latino

A cura della Redazione Frutille

Detto in latino

Per nominare il corpo e il desiderio, in italiano si possono distinguere tre vocabolari: il morale, il clinico e l’osceno. I primi due appartengono al confessore e al medico. In due testi molto letti, un manuale per confessori del Settecento e un trattato di psichiatria dell’Ottocento, il discorso passa al latino dove il corpo va detto più da vicino: gli autori scrivono che serve a tenere fuori chi non è del mestiere. Il terzo vocabolario non è riservato a nessuno: è quello che i dizionari marcano come volgare.

Il capitolo che passa al latino

Nel 1757 Alfonso Maria de’ Liguori pubblica a Napoli un manuale di teologia morale in tre volumi, scritto per chi confessa. Dalla seconda edizione, Venezia 1759, si intitola Istruzione e pratica per li confessori. Mentre l’autore è ancora in vita esce più di dieci volte, fra Napoli, Venezia, Bassano, Lucca e Parma. Le citazioni che seguono vengono dal testo che si legge oggi, quello delle opere complete stampate a Torino nell’Ottocento.

Il manuale è scritto in italiano. In italiano sono intitolati anche i capitoli, che dopo le avvertenze generali sulla coscienza, sulle leggi e sui peccati seguono l’ordine dei comandamenti: il primo, il secondo, il terzo, fino al quinto. Al sesto il titolo cambia lingua. Il capitolo nono si chiama Caput IX. Animadversiones super sexto praecepto, cioè osservazioni sul sesto precetto. Il capitolo successivo, sul settimo, torna a chiamarsi Capo X.

Solo il primo paragrafo del capitolo resta in italiano: l’autore lo usa per spiegare che cosa sta per fare. Il sesto precetto, scrive, è «la materia più ordinaria delle confessioni». Per questo annuncia:

«su questo precetto parleremo delle cose più minutamente, e le diremo in latino, affinché non si leggano facilmente da altri che da’ confessori, o da quei sacerdoti che intendono abilitarsi a prendere la confessione»

Subito dopo aggiunge una raccomandazione rivolta proprio a quei lettori. Chiede di non leggere queste pagine, né altre sulla stessa materia, prima di aver finito tutti gli altri trattati, quando ormai si è vicini ad amministrare il sacramento: su questo argomento, spiega, la sola lettura «infetta la mente». Nelle intenzioni di chi l’ha scritta, la cautela riguarda anche chi il latino lo sa.

Più avanti il gesto si ripete. Il capitolo sul matrimonio è in italiano, ma passa al latino nei due paragrafi sull’uso del matrimonio (De usu licito matrimonii e De usu praecepto matrimonii) e torna a farlo fra gli impedimenti, nel numero sull’impotenza. La dottrina, il resto del libro la espone in italiano a chiunque lo apra: il latino è una porta dentro un libro aperto. Chi l’ha montata ne dà anche la misura, con una parola precisa: quelle pagine non devono leggersi «facilmente» da altri che dai confessori.

Un secolo dopo, il medico

Nel 1886 Richard von Krafft-Ebing, professore di psichiatria all’Università di Graz, pubblica a Stoccarda Psychopathia sexualis. Tre anni dopo il libro esce a Torino, dai Fratelli Bocca, come Le psicopatie sessuali. La traduzione è condotta sulla seconda edizione tedesca da due medici del manicomio provinciale di Pergine, Enrico Sterz e Luigi Waldhart; l’introduzione è di Cesare Lombroso. Il frontespizio la presenta come studio clinico-legale. Il volume si apre con la prefazione che l’autore aveva scritto per la prima edizione: è da lì che vengono le parole citate qui.

Verso la fine di quella prefazione Krafft-Ebing fa sue le parole di un collega francese, il medico legale Tardieu: il ministero del medico, che lo obbliga a vedere tutto, gli permette anche di dire tutto. Il capoverso successivo precisa a chi.

«Le seguenti pagine sono rivolte a coloro che si sono dedicati a studi severi di scienza naturale e giurisprudenza. Affinchè l’opera non serva di lettura al profano, l’Autore si vide costretto a scegliere un titolo intelligibile soltanto allo studioso, e servirsi possibilmente di termini tecnici. Inoltre stimò conveniente di citare in lingua latina, invece che nella tedesca, alcune frasi, particolarmente indecenti.»

Il mestiere, stavolta, è doppio. Nell’ultimo capoverso l’autore si augura di offrire «al medico e al giudice» un chiarimento su una parte della vita che la scienza aveva lasciato quasi scoperta. In Liguori il lettore ammesso era il confessore.

Fra le due pagine passano un secolo, una lingua e una professione. Anche la serratura ha misure diverse. Liguori sposta in latino un capitolo intero e alcuni paragrafi di un altro; Krafft-Ebing scrive nella sua lingua un libro che parla di sesso dall’inizio alla fine e riserva il latino ad alcune frasi. Il gesto comune sta altrove. Chi scrive dichiara a chi si rivolge e lo definisce per mestiere. La ragione che dà è una forma di tutela, del lettore o del libro. Soprattutto, nessuno dei due lo nasconde: la serratura è dichiarata nella parte del libro che chiunque può leggere, nella lingua che chiunque capisce.

Che abbia tenuto è un’altra domanda. Il libro di Krafft-Ebing, pensato per il medico e per il giudice, ha avuto molti lettori fuori da tutti e due i mestieri. Alcuni gli hanno scritto dopo essersi riconosciuti nei casi pubblicati: lo ha ricostruito lo storico Harry Oosterhuis, anche sulla corrispondenza dell’autore. La dichiarazione dice a chi il libro era destinato, non chi l’ha letto.

L’unico vocabolario senza serratura

Il terzo vocabolario non ha bisogno di un mestiere per essere capito. Si impara presto, fuori dalle aule e dai libri, senza che nessuno l’abbia scritto pensando a un pubblico da scegliere. I dizionari lo registrano con una marca d’uso che avverte chi consulta la voce: volg., volgare. Nel vocabolario Treccani, per fare un esempio, lo stesso verbo che alla prima accezione spazza una stanza porta la marca alla terza.

Che cosa le persone avessero davvero in bocca, quando qualcuno ha provato a chiederglielo, si sente nelle risposte raccolte per strada nel 1963, due secoli dopo il manuale per confessori.

Qui il pezzo passa dai documenti a un’osservazione. La parola volgare funziona bene dentro un rapporto già stabilito, dove chi parla e chi ascolta hanno deciso insieme che si può usare. Lì dentro ha spesso una precisione che gli altri due non hanno. Fuori da quel perimetro la stessa parola diventa un’invasione. Il vocabolario aperto a tutti è anche quello che non si può usare con chiunque.

Scrivere per chi non è del mestiere

Che fra quei tre vocabolari sia mancato a lungo un registro di mezzo è la tesi di un editoriale che parte da una strada del Sud nel 1963, passando per il dialetto e per il codice penale. Qui basta una conseguenza più pratica. Chi oggi scrive di corpo e di desiderio per chiunque, invece che per un collega, lavora con due vocabolari i cui autori, in almeno due testi molto diffusi, hanno scritto di voler tenere a distanza proprio quel lettore. Per queste pagine, il registro in cui si scrive per tutti è una cosa da costruire più che da ereditare.

Lo si costruisce per sottrazione. Il nome anatomico resta, quando nomina una parte del corpo: il clitoride si chiama clitoride, il pavimento pelvico si chiama così. Cade quando servirebbe soltanto a mettere distanza fra chi scrive e la cosa di cui scrive: coito e amplesso, in questi articoli, non compaiono. Cade anche l’allusione quando serve a non nominare. Le parti intime non sono una parte del corpo, sono un modo di non dire quale.

Quello che resta è una lingua che si può dire ad alta voce a un adulto, considerandolo in grado di capirla. Non è molto diversa da quella che due persone si costruiscono da sole, stando insieme: anche quel lessico traccia un confine, però nessuno l’ha messo lì per tenere fuori qualcuno. È anche la lingua in cui si possono fare le domande sull’intimità che di solito restano a metà. Da lì può partire una conversazione sui desideri che non ha fretta di concludersi.

Un moralista del Settecento e uno psichiatra dell’Ottocento scrivono in chiaro, nella parte del libro che chiunque può leggere, che qualcosa, più avanti, non è per tutti. È una frase onesta. Letta oggi, descrive con esattezza il lavoro opposto: una lingua scritta per chi legge, invece che al riparo da chi potrebbe leggere.

Fonti

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