A cura della Redazione Frutille
La lingua che si parla in due
Quasi tutte le coppie che durano abbastanza finiscono per parlare una lingua che funziona soltanto lì dentro: parole storpiate, nomi che hanno senso per due persone e basta, una frase di un film diventata formula. È un lessico privato e si forma per conto suo: nessuno lo decide e quasi nessuno si accorge di averlo costruito.
Come comincia, senza che nessuno decida
L’origine è quasi sempre un incidente. Una parola sentita male e ripetuta come si era capita, un errore di scrittura rimasto lì, il nome che qualcuno ha dato per sbaglio a un oggetto di casa e che da allora è il nome di quell’oggetto. In molti casi non è nemmeno possibile risalire alla prima volta: la parola c’è, la scena in cui è comparsa si è persa.
Quello che la trasforma in lingua è la ripetizione. La prima volta è un caso, la seconda è una citazione e si sente ancora il virgolettato; dalla terza in poi il virgolettato cade e resta la parola, disponibile come qualsiasi altra. È un passaggio breve, di solito questione di giorni. Nessuno lo registra mentre accade.
Poi il vocabolario cresce per accumulo e senza un ordine. Qualche parola all’anno, alcune che durano quanto la situazione che le ha prodotte, altre che restano per decenni e sopravvivono alla casa, alle città, alle persone che c’erano intorno.
Quello che una parola tiene dentro
Una parola privata è un episodio compresso. Dentro ci stanno la sera in cui è nata, chi era presente, cosa si stava facendo, il tono con cui era stata detta la prima volta. Pronunciarla richiama quella sera intera, in un tempo che nessun racconto potrebbe reggere.
È per questo che una lingua di coppia è così economica. Dove servirebbero tre frasi per ricostruire un contesto ne basta una di due sillabe: l’altra persona è già lì. La memoria di una relazione sta in buona parte dentro le parole stesse, che la trasportano ogni volta che vengono usate e la tengono in circolo senza che nessuno debba occuparsene.
Anche il tono fa parte del vocabolario. Ci sono modi di dire una cosa qualunque che tra due persone significano una cosa sola, riconoscibili al primo suono e intraducibili a chiunque altro. E lo stesso vale per ciò che parola non è: una mano che rallenta sul braccio e resta lì può funzionare, tra due persone, come una frase intera.
Il confine che disegna
Una lingua che funziona in due disegna, per il solo fatto di esistere, un dentro e un fuori. Non è un confine difeso: è la conseguenza pratica di un codice che vale dove viene capito e che altrove resta senza interlocutori. È lo stesso confine dentro cui stanno i messaggi intimi che due persone si scrivono a distanza: lì hanno senso, fuori diventano un’altra cosa.
Si vede quando una parola privata scappa in pubblico. Chi la sente resta un attimo indietro e chiede. La spiegazione quasi mai funziona: raccontare l’episodio da cui la parola viene lascia intatto il fatto che per chi ascolta è un aneddoto, mentre per chi parla è una parola. Quello scarto è la misura esatta del confine.
Da dentro, invece, il confine si sente poco. Si nota di più quando arriva qualcuno che potrebbe imparare la lingua e non l’ha ancora imparata, o quando due persone che si conoscono da poco cominciano ad averne una loro e le prime parole hanno ancora il suono di qualcosa che si sta provando.
Dentro quel perimetro lavora anche il rovescio del lessico, cioè tutto quello che non ha bisogno di essere detto. Sono due economie della stessa relazione: una comprime in una parola quello che altrimenti sarebbe un racconto, l’altra lascia cadere del tutto la parte parlata.
Quando serve per dire le cose difficili
Il lessico privato ha anche un uso pratico: riguarda le cose che costano. Certe frasi, dette in italiano corrente, arrivano con tutto il loro peso: chiedere un po’ di spazio, dire che quella sera non se ne ha voglia, ammettere di avere bisogno di qualcosa. Le stesse cose, dette con una parola che esiste soltanto lì, perdono la solennità che le rendeva faticose da pronunciare. Non diventano meno vere. Diventano dicibili.
Funziona perché quelle parole hanno una storia di accoglienza alle spalle. Sono state usate molte volte in situazioni leggere e portano con sé il ricordo di essere state ricevute bene, così chi le pronuncia sa già, in qualche modo, come andrà a finire. È una porta laterale su un discorso che dalla porta principale costerebbe di più. Probabilmente è il modo in cui molte domande che nessuno formula mai per intero finiscono per essere fatte lo stesso.
Prima però c’è un passaggio meno visibile. Trovare da sé le parole per una cosa che si desidera è un lavoro che si fa da soli e viene prima di poterla dire in due: il vocabolario condiviso comincia lì, da qualcosa nominato una volta per conto proprio.
Cosa succede quando uno dei due smette
Una lingua parlata da due persone sole ha una fragilità evidente: se uno dei due smette, si ferma tutta. Le parole restano, perfettamente comprensibili, però non hanno più nessuno con cui essere usate.
Chi ci è passato racconta spesso la stessa cosa: dell’assenza si accorge prima il vocabolario, perché è la parte che tornava più spesso durante la giornata. Una parola che si affaccia per abitudine e non trova più il suo posto dice con precisione quanto di quella relazione passava da lì.
Vista da qui, la lingua che due persone si costruiscono somiglia a un’infrastruttura: regge il traffico quotidiano, tiene la memoria, apre le porte laterali. E come tutte le infrastrutture che funzionano, si vede pochissimo mentre è in servizio.
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