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Nel 1959 le italiane scrissero ciò che tacevano

A cura della Redazione Frutille

Le italiane si confessano, 1959

Nel 1959 Gabriella Parca pubblica un libro fatto di lettere: quelle che le italiane mandavano alla posta del cuore dei settimanali popolari, prese dalle rubriche di corrispondenza che curava lei stessa. Si intitola Le italiane si confessano, esce a Firenze per l’editore Parenti con una prefazione di Cesare Zavattini. In rubrica quelle lettere non erano mai uscite: erano state scartate perché troppo crude per la pagina. Quattro anni dopo Pasolini attraversa l’Italia con un microfono e porta in piazza le domande di quelle pagine, in condizioni esattamente opposte.

Un libro fatto di lettere

Gabriella Parca era nata a Castel di Tora, in provincia di Rieti, nel 1926. Laureata in lettere, era entrata nel giornalismo del dopoguerra volendo fare la cronaca nera, e aveva debuttato a Firenze al Giornale del mattino. Per anni tenne due rubriche di corrispondenza su settimanali a fumetti stampati a Roma, che negli anni Cinquanta erano la lettura più diffusa fra le donne che un giornale lo compravano. Nella sua ricostruzione più tarda dà le misure: nove anni di rubriche, una per cinque anni e l’altra per quattro, con lettere arrivate «a migliaia», un decimo delle quali da uomini.

Quante ne contenga il volume lo dice sempre lei: trecento, scelte fra le ottomila arrivate in tre anni. Sono quelle che i direttori avevano scartato, e il libro nasce da quel rifiuto.

La copertina della prima edizione era stampata come una busta, francobollo e timbro postale compresi. Zavattini, che firma la prefazione, ne ricava una frase che sarebbe rimasta: l’Italia è ancora un grande harem. Il libro esce quasi in sordina e diventa un caso qualche tempo dopo, per un articolo di Paolo Milano sull’Espresso a cui replica anche l’Osservatore Romano. Da lì in avanti viene ristampato per quasi vent’anni e tradotto in mezzo mondo. Nel 1961 Zavattini ne ricava un film a episodi girato da undici registi, Le italiane e l’amore, in sala a dicembre.

Cosa si scriveva e a chi

La posta del cuore era una delle poche sedi disponibili per scrivere di sé senza doverne rispondere. Chi scriveva si rivolgeva a una firma, cioè a una persona reale che però non avrebbe mai incontrato, e il nome restava fra loro due: in redazione le lettere venivano ripulite di nome e provenienza prima di andare in pagina. In cambio si aspettava una risposta pratica. Più che una confessione era una richiesta di informazioni, rivolta all’unico indirizzo che sembrava disposto a riceverla.

Si vede bene da che cosa viene chiesto. Una ragazza di quasi ventidue anni, in una lettera raccolta nel libro, pone due domande di seguito: «è vero che se l’uomo vuole, la donna non viene incinta anche se cede?» e «è possibile che un uomo non conosca una donna se è pura o no?». La prima è una domanda di fisiologia, la seconda una domanda su una credenza che nel frattempo le si è ritorta contro. Entrambe arrivano a una rubrica di giornale perché non c’era nessun altro posto in cui porle.

Attorno a lettere così c’era una cornice giuridica che oggi va ricordata per capirle. L’adulterio era reato per la moglie, il divorzio non esisteva, la violenza sessuale stava fra i delitti contro la moralità pubblica: nel codice penale il consenso non era ancora il centro della questione. Quello che nelle lettere sembra vergogna privata era anche, in buona parte, la traduzione domestica di una legge.

Pasolini legge quelle lettere, nel 1960

Qui il libro incrocia Pasolini in un modo diverso da come si racconta di solito. All’inizio del 1960 Pasolini scrive una presentazione per Le italiane si confessano, che compare a partire dalla terza edizione e resta nel volume per tredici anni. La data la fissa Parca stessa, quando molto più tardi torna sulla vicenda.

L’attacco di quel testo è rimasto famoso: la prima impressione leggendo quelle lettere, scrive Pasolini, è che siano estremamente divertenti, anzi la lettura più divertente che avesse fatto in quegli anni. Poi passa alla lingua. Ci trova «un italiano perfettamente anonimo, corretto, scorrevole, come si impara a scuola», da cui ricava una tesi: quel livellamento linguistico sarebbe il primo prodotto della cultura di massa sulle persone meno attrezzate a difendersene.

Parca risponde nel 1973 con un’obiezione tecnica. Nell’introduzione al libro aveva avvertito di avere tagliato le lettere e di avere «tradotto» le parole dialettali, per renderle leggibili a un pubblico non specialista. La lingua uniforme che Pasolini analizzava, quindi, era in parte una lingua che aveva fatto lei. Aggiunge di avere proposto allo scrittore di vedere gli originali, quei fogli fitti che a volte stentava a decifrare. La risposta, scrive, fu che il saggio era ormai già scritto. In quella stessa edizione tolse la sua presentazione insieme alla prefazione di Zavattini, motivando che entrambe mostravano ormai il segno del tempo.

La questione non è chi avesse ragione sul carattere degli italiani. È che un documento passato per le mani di chi lo pubblica non è più la fonte che sembra. A segnalarlo poteva essere soltanto chi quel lavoro lo aveva fatto.

Quattro anni dopo, la stessa domanda in piazza

Nel 1963 Pasolini gira l’Italia con una piccola troupe e chiede alle persone che cosa pensino dell’amore, del matrimonio, del sesso. Ne esce un’inchiesta filmata che pone quelle domande in mezzo alla strada, presentata a Locarno l’anno seguente. Gli argomenti sono in buona parte gli stessi delle lettere: verginità, fidanzamento, onore, divorzio.

Vale la pena dirlo: che una fonte discenda dall’altra non risulta documentato. Quello che è documentato è più semplice e più utile. Nel 1960 quel materiale Pasolini lo aveva letto e commentato per iscritto, e nelle carte di Zavattini il suo nome sta fra i registi a cui affidare gli episodi del film tratto dal libro. Tre anni dopo è andato a cercare risposte sulle stesse cose con un altro strumento. Il confronto fra due inchieste sullo stesso oggetto regge senza bisogno che una abbia generato l’altra. Regge meglio, anzi, perché si può verificare.

Le condizioni, invece, si spostano tutte insieme. Chi risponde a Pasolini è in piedi in un luogo pubblico, riconoscibile, con la faccia nel quadro e spesso con un capannello di conoscenti intorno. Il dubbio lo solleva il film stesso, per bocca di Cesare Musatti, chiamato a commentarne il materiale: davanti a una macchina da presa, dice, chi viene interrogato spesso tace oppure dice il falso.

Perché le due risposte non coincidono

Fra le due raccolte cambiano tre cose insieme, nessuna delle quali è la sincerità di chi parla.

La prima è chi ascolta. La lettera toglie il pubblico immediato ma non toglie il destinatario: si scrive a qualcuno di cui si conosce la firma, per ottenere qualcosa. La seconda è chi guarda. In piazza la risposta viene data anche a chi sta intorno, quindi diventa una versione di sé sostenibile davanti a loro. È un’informazione preziosa, ma è un’informazione diversa.

La terza è quello che succede alla risposta dopo. Le lettere sono state scelte, tagliate e tradotte prima di arrivare in libreria; le interviste sono state montate alternando nord e sud, borghesia e mestieri. Nessuna delle due raccolte è materia grezza. È per questo che la nota di Parca sull’intervento redazionale vale più di una polemica.

Resta un’ultima cosa, che è la meno databile. In tutti e due i casi le domande più difficili arrivano per una via obliqua: un foglio spedito a un indirizzo, oppure una formula che il gruppo intorno ha già reso pronunciabile. È lo stesso meccanismo per cui, anche fra due persone che si conoscono benissimo, certe cose si dicono soltanto con parole che costano meno. Ed è la ragione per cui alcune domande sull’intimità restano non formulate per intero pur essendo perfettamente presenti.

Il libro del 1959 non dice che cosa pensavano le italiane. Dice che cosa erano disposte a scrivere, a chi e a quali condizioni. Sono ancora quelle tre cose a decidere che risposta si ottiene, da chiunque la si chieda.

Fonti

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