A cura della Redazione Frutille
Il bidet, oggetto italiano
Il bidet nasce in Francia nel primo Settecento come mobile da camera, un catino su gambe di legno, e il suo inventore non è documentato: il primo esemplare di cui resta una traccia scritta è del 1726, la prima attestazione certa della parola nel senso igienico è del 1739. In Italia è arrivato più tardi ed è rimasto, al punto che dal 1975 una norma sanitaria lo elenca fra gli apparecchi che ogni alloggio deve avere in almeno un bagno. In Francia, dove è stato inventato, la norma sulle abitazioni non lo prevede.
Chi ha inventato il bidet, e quando
Il nome che circola è quello di Christophe des Rosiers, artigiano francese che intorno al 1710 avrebbe costruito il primo esemplare per un dignitario di corte. Compare in quasi tutte le pagine che raccontano questa storia, sempre senza un riferimento d’archivio dietro. Resta un’attribuzione.
Il primo bidet documentato, invece, non porta il nome di chi lo ha costruito ma di chi lo possedeva: è del 1726 ed è quello di Madame de Prie, amante del primo ministro di Luigi XV. Non è il primo bidet esistito. È il primo di cui si abbia notizia certa.
Quello che si può datare con precisione è la parola. In francese bidet significa da secoli cavallino, e il senso equestre è attestato dal Cinquecento. Il senso che ci interessa è datato dal Trésor de la langue française al 1739, sul biglietto pubblicitario di un mastro tornitore parigino che offriva ai clienti bidets insieme ad altri mobili da camera. Nel 1762 l’oggetto entra nel dizionario dell’Académie française con una definizione asciutta: «un meuble de garde-robe qui sert à la propreté», un mobile di guardaroba che serve alla pulizia.
Il nome viene dal cavallo perché lo si cavalca. È un dettaglio minore e dice quasi tutto: fin dall’inizio l’oggetto porta con sé una postura, e una postura è già un’immagine.
Per i primi cinquant’anni, del resto, il bidet è ancora un mobile: gambe tornite, un catino incassato, l’acqua portata a mano. Sta in camera da letto, cioè nella parte più privata della casa di chi una parte privata della casa ce l’ha.
Come è arrivato in Italia
L’arrivo che si può documentare è di corte. Nel boudoir della regina Maria Carolina alla Reggia di Caserta, allestito fra il 1780 e il 1782 sotto la direzione di Carlo Vanvitelli, c’è un bidet in mogano e bronzo dorato collocato in una nicchia, e la scheda del museo lo descrive come uno dei primi in Italia. È il bagno di una regina, e per un altro secolo e mezzo il bidet resterà un oggetto per pochissimi.
Il passaggio dalla corte alla casa comune arriva molto dopo, perché prima devono arrivare l’acqua corrente e la stanza che la contiene. Quello che cambia le cose è il dopoguerra: nell’edilizia residenziale che si costruisce dagli anni Cinquanta il bagno diventa una stanza prevista e attrezzata, e il bidet entra nella dotazione insieme alla vasca e al lavabo, negli appartamenti nuovi come nelle case popolari.
Quando nel 1975 il legislatore lo mette in una norma, quindi, l’abitudine c’era già. La riga in Gazzetta Ufficiale la fotografa.
Il decreto del 1975, e che cosa dice davvero
È la parte che circola più deformata, e il testo si legge in cinque minuti. Si tratta del decreto del Ministero della Sanità del 5 luglio 1975, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 18 luglio, e il titolo dice già che non è una legge sul bidet: «Modificazioni alle istruzioni ministeriali 20 giugno 1896 relativamente all’altezza minima ed ai requisiti igienico sanitari principali dei locali d’abitazione». Nove articoli su altezze, superfici, finestre, riscaldamento, ventilazione, isolamento acustico.
Il bidet compare all’articolo 7, in una riga: «Per ciascun alloggio, almeno una stanza da bagno deve essere dotata dei seguenti impianti igienici: vaso, bidet, vasca da bagno o doccia, lavabo».
La norma riguarda i requisiti igienico-sanitari dell’alloggio, cioè quello che serve perché una casa sia dichiarata agibile: morde sulle case nuove e sugli interventi edilizi, e chiede un bidet in una stanza da bagno per alloggio, non in tutte. Sugli edifici già in piedi nel 1975 una norma del 2020 ha chiarito che quei requisiti non si applicano, almeno nei centri storici e nelle zone già costruite. Il decreto non prevede sanzioni per chi in casa il bidet non ce l’ha. La formula che gira, «in Italia non averlo è illegale», è più corta e più sbagliata.
Il decreto è comunque ancora in vigore, cinquant’anni dopo. Le revisioni degli ultimi anni hanno allentato le altezze e le superfici minime dei primi articoli; l’elenco dell’articolo 7 non è mai stato toccato.
Perché altrove non ha attecchito
Il confronto più netto è proprio con la Francia. Il codice della costruzione e dell’abitazione francese chiede a ogni alloggio una stanza per la toilette con doccia o vasca e lavabo, un gabinetto interno e un lavello: il bidet non compare, né nel testo in vigore dal 2021 né nell’articolo che lo precedeva. Il paese che lo ha inventato non lo chiede, e nel corso del Novecento ha smesso di metterlo nei bagni nuovi.
Lo spazio, però, spiega un abbandono, non un rifiuto. Nei paesi anglofoni il bidet non è quasi mai entrato nelle case, e lì lo spazio non basta a spiegarlo.
Il lavoro storico di riferimento sull’oggetto, Le confident des dames di Fanny Beaupré e Roger-Henri Guerrand, ricostruisce un’ambiguità che il bidet si porta dietro fin dal Settecento: lo stesso mobile che gli ebanisti parigini trasformano in un pezzo di lusso è anche, nella letteratura del tempo, uno dei luoghi della lussuria. Nel Novecento l’associazione attraversa l’Atlantico, e qui il racconto che si ripete — senza che nessuno lo abbia mai documentato per intero — è quello dei soldati anglosassoni di stanza in Francia durante le due guerre, che incontrano il bidet nei bordelli e se lo riportano a casa come l’attrezzatura di un posto di cui non si parla.
Il bidet non è rimasto fuori perché fosse scomodo. È rimasto fuori anche perché ricordava il sesso.
Un gesto di cura, prima che un sanitario
Nel febbraio del 2026, durante Milano-Cortina, molti atleti e ospiti stranieri hanno filmato il bidet delle stanze italiane chiedendosi che cosa fosse: un secondo lavandino, una vaschetta per i piedi, un posto dove tenere in fresco le bottiglie. Quei filmati sono interessanti per una ragione diversa dallo stupore, perché un oggetto ovvio per un paese intero risulta lì completamente illeggibile a chi non ci è cresciuto.
Succede spesso agli oggetti che toccano il corpo: intorno a loro si formano racconti che nessuno è andato a controllare, e che invecchiano meglio delle fonti.
Vuol dire che il gesto non si eredita con il corpo. Si impara in casa, da piccoli, senza che nessuno lo spieghi.
Ed è un gesto preciso. Chiede di spogliarsi di nuovo dopo essersi rivestiti, di sedersi, di occuparsi per mezzo minuto di una parte del corpo che di solito non si guarda e non si nomina. Somiglia molto ai gesti che chiudono la giornata senza chiedere niente in cambio, e come quelli funziona perché si ripete: nessuno lo decide ogni volta, si fa e basta.
Intorno a quel mezzo minuto è cresciuta un’attrezzatura: l’asciugamano dedicato, che nelle case italiane ha una misura sua e non si scambia con gli altri, e i prodotti pensati per l’igiene intima, con formulazioni diverse da quelle del resto del corpo. Sono le stesse domande che si fanno su qualunque materiale destinato al contatto diretto con la pelle: che cosa tocca, quanto spesso, che cosa lascia.
C’è un’ultima cosa che questa storia dice, e non riguarda l’igiene. Il bidet è uno dei pochissimi arredi domestici che presuppone un corpo con un davanti e un dietro, e lo presuppone senza imbarazzo, in una stanza dove tutto il resto è funzionale. Dove non è mai stato adottato, quel corpo è rimasto fuori dal progetto dell’appartamento insieme all’oggetto.
Un’abitudine che sembra naturale ha quasi sempre una data. Questa ne ha tre: il 1739 di una parola francese, il 1780 di una nicchia a Caserta, il 1975 di una riga in Gazzetta Ufficiale. Duecentotrentasei anni per rendere ovvia una cosa che altrove non lo è.
Fonti
- Decreto del Ministero della Sanità 5 luglio 1975, «Modificazioni alle istruzioni ministeriali 20 giugno 1896 relativamente all’altezza minima ed ai requisiti igienico sanitari principali dei locali d’abitazione», in Gazzetta Ufficiale n. 190 del 18 luglio 1975 (testo integrale)
- Code de la construction et de l’habitation, article R. 151-1, in vigore dal 1° luglio 2021 (créé par le décret n° 2021-872 du 30 juin 2021), Légifrance, Repubblica francese
- Trésor de la langue française informatisé, voce «bidet», etimologia e prime attestazioni (1564 e 1739), CNRS e ATILF, Université de Lorraine
- Dictionnaire de l’Académie française, 4e édition, 1762, voce «bidet», Académie française
- «Boudoir di Maria Carolina», scheda del percorso di visita, Reggia di Caserta, Ministero della Cultura
- Decreto-legge 16 luglio 2020, n. 76, «Misure urgenti per la semplificazione e l’innovazione digitale», art. 10 comma 2 (norma di interpretazione dei requisiti del D.M. 5 luglio 1975 per gli immobili anteriori situati in zone A o B), convertito con modificazioni dalla legge 11 settembre 2020, n. 120, Normattiva
- Fanny Beaupré, Roger-Henri Guerrand, Le confident des dames. Le bidet du XVIIIe au XXe siècle: histoire d’une intimité, Éditions La Découverte, 1997
- François Moureau, recensione di Le confident des dames, in Dix-Huitième Siècle, n. 30, 1998, p. 603, Persée
- Vocabolario della lingua italiana, voce «bidè», Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani
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