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Il vibratore non nacque per curare l’isteria

A cura della Redazione Frutille

Il vibratore, l’isteria e una storia che nessuno ha controllato

Il racconto secondo cui i medici dell’Ottocento curavano l’isteria portando le pazienti all’orgasmo, e secondo cui il vibratore sarebbe nato per meccanizzare quel gesto, ha un’origine precisa: un libro accademico del 1999, The Technology of Orgasm di Rachel P. Maines. Nel 2018 due storici sono andati a rileggere una per una le fonti citate a sostegno di quella tesi, e non ne hanno trovata nessuna che la sostenga. L’isteria come diagnosi è esistita davvero, e il vibratore elettromeccanico è stato davvero un apparecchio medico: quello che non regge è il legame fra le due cose.

La storia che conoscono tutti

Nella versione che circola la sequenza è questa. Nell’Ottocento l’isteria è una diagnosi diffusissima, e il trattamento previsto è un massaggio pelvico che il medico esegue con le mani, fino a un «parossismo» che è un orgasmo senza essere chiamato così. Nessuno lo considera sessuale, perché non c’è penetrazione e all’epoca solo la penetrazione conta come sesso. Il lavoro però è lento e faticoso, i polsi si stancano, e negli anni Ottanta del secolo un medico inglese costruisce un apparecchio elettromeccanico che ottiene lo stesso risultato in cinque minuti.

È un racconto che ha tutto: la trasgressione, l’ironia, il dettaglio corporeo e una morale sull’ipocrisia di un’epoca intera. Sta in quattro righe, si ripete a memoria e non chiede di essere verificato, perché ha la forma di un aneddoto, e gli aneddoti non si controllano.

Da dove arriva davvero questo racconto

Il racconto ha una sola origine, ed è recente e identificabile. Un libro: The Technology of Orgasm. «Hysteria», the Vibrator, and Women’s Sexual Satisfaction di Rachel P. Maines, pubblicato nel 1999 dalla Johns Hopkins University Press, dentro una collana di storia della tecnologia.

La sede editoriale conta, perché è ciò che ha dato al racconto il suo peso. Nel 2000 l’American Historical Association assegnò al volume l’Herbert Feis Prize; fu recensito in almeno sedici riviste accademiche e tradotto in cinque lingue. In Italia esce da Marsilio nel 2001, e la scheda dell’editore riassume la tesi come un fatto stabilito, come fa ancora oggi quella dell’editore americano.

Da lì la storia è uscita dai libri. Un documentario nel 2007, la pièce di Sarah Ruhl In the Next Room, or the vibrator play nel 2009, finalista al Pulitzer l’anno successivo, e nel 2011 il film Hysteria di Tanya Wexler, che ne fa una commedia romantica. Ogni passaggio toglieva una virgoletta. Alla fine aveva smesso di essere la tesi di qualcuno ed era diventata una cosa che si sa.

Cosa dicono le fonti quando si va a controllare

Nell’agosto del 2018 Hallie Lieberman ed Eric Schatzberg, entrambi al Georgia Institute of Technology, hanno pubblicato sul Journal of Positive Sexuality un articolo che fa una cosa semplice e faticosa: prende ogni fonte che Maines cita a sostegno della sua tesi centrale, e va a leggerla.

Nessuna la sostiene. Nessuno dei testi medici citati descrive un medico che usa il vibratore sul clitoride, e nessuna delle fonti in lingua inglese menziona parossismi ottenuti con un massaggio.

Due elementi vanno addirittura nella direzione opposta. Gli apparecchi venduti ai medici erano corredati quasi sempre di accessori vaginali, cioè penetrativi, con tanto di istruzioni per l’inserimento: cade così la premessa del racconto, secondo cui il trattamento poteva passare per non sessuale proprio perché la penetrazione non c’era. E il «massaggio pelvico» dei testi medici era di norma un massaggio uterino, praticato per dismenorrea o prolasso, che dove viene descritto per esteso non riguarda il clitoride. Era anche discusso, e la ragione per cui alcuni lo sconsigliavano è che poteva provocare eccitazione sessuale, cosa che i medici del tempo sapevano riconoscere benissimo.

Poi c’è il dettaglio che chiude il cerchio, e riguarda il protagonista del film. Joseph Mortimer Granville costruì il suo percuteur a orologeria all’inizio degli anni Ottanta dell’Ottocento e lo presentò in un libro del 1883. A pagina 57, spiegando di voler eliminare le possibili fonti di errore, scrive di non avere «mai percosso una paziente donna», e aggiunge: «Ho evitato, e continuerò a evitare, il trattamento delle donne per percussione, semplicemente perché non voglio essere ingannato, e contribuire a ingannare altri, dalle bizzarrie dello stato isterico». L’inventore dell’apparecchio ha messo agli atti, nel libro che lo presenta, di non usarlo sulle donne.

Va riportata anche la posizione dell’autrice. Intervistata dall’Atlantic nel 2018, Maines ha risposto di non avere mai dichiarato di avere prove: «Quello che ho detto è che era un’ipotesi interessante, e come [Lieberman] fa notare, correttamente credo, tutti ci si sono buttati sopra». Il libro, nella sua formulazione più netta, quell’ipotesi la presenta come un fatto, e la scheda dell’editore lo fa ancora. Ma i due storici che l’hanno smontata non hanno scritto un processo a lei: la parte che li interessava è che per diciannove anni, fra sedici recensioni accademiche e centinaia di citazioni, nessuno fosse andato a controllare.

Perché un mito così comodo ha funzionato tanto bene

La domanda vera è questa, e la risposta non sta nella storia della medicina.

La prima ragione è che il racconto lusinga chi lo ripete: mette i vittoriani nel ruolo di quelli che non capivano niente, ignari di avere fra le mani un orgasmo, e chi ascolta nel ruolo di chi sa. Le storie di progresso circolano bene perché il posto migliore lo assegnano a chi parla. Nello stesso 1883, a Londra, un trattato indiano sul desiderio veniva tradotto per intero e di quelle sette parti l’Occidente ha continuato a leggerne una. Anche lì la selezione parla di chi selezionava.

La seconda è che in quella versione nessuna donna decide niente: gli unici che agiscono sono medici uomini, le pazienti stanno su un lettino e ricevono. Una storia sul piacere femminile in cui le donne non compaiono come soggetto, e forse è anche per questo che ha potuto circolare vent’anni senza attriti.

La terza è la più interessante, e riguarda il permesso. Il racconto dice che il piacere femminile è entrato nella storia con un alibi, una diagnosi e uno studio medico e una parcella, e che sia stato autorizzato prima di essere ammesso. È una cosa stranamente rassicurante da pensare, perché sposta l’imbarazzo su qualcun altro e lo colloca a un secolo di distanza. Capita spesso agli oggetti che toccano il corpo, che raccolgono intorno a sé storie più nette di quelle documentabili: è successo anche a un sanitario che in Italia è diventato ovvio e altrove non è mai entrato.

Cosa resta, quando si toglie la leggenda

Resta parecchio, ed è tutto documentato.

L’isteria è stata una diagnosi reale e usata moltissimo. Nel 1859 il medico francese Pierre Briquet le dedicò un trattato costruito su 430 casi clinici, e la parola è rimasta nella nomenclatura psichiatrica fino al 1980, quando il DSM-III eliminò la «nevrosi isterica». Un secolo e mezzo di storia che non ha bisogno del vibratore per essere interessante.

Resta la terapia vibratoria, che fra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento è stata una moda medica vera, promossa per decine di disturbi diversi e su pazienti di entrambi i sessi. E resta il fatto che l’apparecchio sia diventato presto un elettrodomestico, comprato dalle persone per sé.

Quello che cade è la freccia che univa le tre cose in una frase sola.

Ed è qui che la versione corretta dice qualcosa che quella mitologica teneva coperto. Se il piacere non è entrato nella storia dalla porta di uno studio medico, vuol dire che non aveva bisogno di quel permesso: c’era già, e semplicemente non veniva scritto da nessuna parte. Non mancava l’autorizzazione. Mancava il racconto.

Centoquarant’anni dopo il percuteur di Granville, le domande che si fanno davanti a un oggetto del genere sono asciutte e concrete, e riguardano materiali, intensità, pulizia, silenziosità. Nessuna di quelle domande ha bisogno di una diagnosi alle spalle. È un guadagno più recente di quanto sembri.


Fonti

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