di Aldo Carnero — Musicista e autore
Molto rumore per nessuna
Ho letto che negli Stati Uniti la WNBA sta litigando furiosamente sulle atlete transgender.
Nella lega non ce n’è nessuna. Non una. È una discussione a proposito di zero persone.
Mi è tornato in mente il primo agosto del 2024.
Come mezza Italia ero davanti alla televisione e ho visto un incontro di pugilato finire in quarantasei secondi.
Angela Carini ha preso due colpi. Poi si è girata verso il suo angolo e ha detto che non ce la faceva.
Non ho pensato niente di speciale. Ho pensato che quei due colpi dovevano fare un male cane.
Qualche giorno dopo ho provato a dirlo a cena. Non ho detto che Imane Khelif era un uomo, perché non lo era e non l’ho mai pensato. Ho detto che fra quelle due, così come le avevo viste, non c’era partita.
Mi è arrivata addosso una lezione di venti minuti. Sul pregiudizio, sulla codardia di Carini, sul dovere morale di informarsi. Da persone che l’incontro non l’avevano visto.
Questo pezzo parla di quei venti minuti.
Diciotto mesi per una frase
Nell’agosto del 2024 circolavano due versioni.
La prima diceva che Khelif era un uomo, o una trans, il che nel discorso pubblico italiano è lo stesso. Lo hanno ripetuto Matteo Salvini, J. K. Rowling, Elon Musk. Era falso allora ed è falso adesso. Khelif è nata donna, è stata registrata donna, è cresciuta donna in Algeria – dove peraltro essere transgender non è esattamente una passeggiata – e non si è mai definita altrimenti. Il portavoce del CIO lo mise in cinque parole: «This is not a transgender issue».
La seconda versione diceva che non c’era assolutamente niente da vedere. Una donna come tutte, una squalifica arrivata da una federazione screditata, punto. Chi faceva domande era un fascista.
Quella squalifica veniva davvero da una federazione screditata: l’IBA era stata radiata dal CIO per corruzione e i suoi test non li ha mai mostrati a nessuno, salvo un messaggio del presidente su Telegram.
Poi è arrivato il cinque febbraio del 2026.
In un’intervista a L’Équipe Khelif ha detto di avere il gene SRY. Le hanno chiesto conferma. «Sì», ha risposto. «Ed è naturale.» Ha detto di avere testosterone alto dalla nascita e di averlo abbassato con terapie ormonali prima delle gare: per il torneo di qualificazione di Dakar, testualmente, «ho abbassato il mio livello di testosterone a zero. E lì ho vinto l’oro». Ha ripetuto di non essere trans. «La mia differenza è naturale. Non ho fatto niente per cambiare come mi ha fatto la natura.»
Diciotto mesi. Per una cosa che riguardava il suo corpo e che ha dovuto raccontare da sola, a un giornale francese, perché nessuno gliela aveva lasciata in pace.
Il fact-check del 2024 era vero. Rispondeva alla domanda sbagliata.
Quanto pesa un pugno
Sulla forza c’è letteratura. Non è nemmeno controversa.
La meta-analisi più ampia mette in fila 122.434 persone e misura la forza in rapporto al peso corporeo: gli uomini stanno sopra del venticinque per cento, che sale al trentacinque sugli arti superiori. Nel pugilato si compete per categorie di peso. Il confronto è esattamente quello.
Poi c’è uno studio del 2020 sul Journal of Experimental Biology che ha misurato la cosa esatta: la potenza del braccio nel pugno. Uomini sopra del centosessantadue per cento. L’uomo meno potente del campione stava sopra la donna più potente. Il campione però era piccolo: trentanove persone, nessuna delle quali tirava di boxe. Lo dico perché è giusto dirlo.
Questi numeri parlano di uomini e donne in generale. Non parlano di Imane Khelif, che non è un uomo e non è una donna qualunque: è una donna con una variazione dello sviluppo sessuale. Su quella categoria lì i numeri di sopra non dicono niente.
Qui finisce ciò che si può dimostrare. Da qui in avanti c’è quello che penso io: che su quel ring si vedeva una cosa che nessuna delle due versioni in circolazione era attrezzata a spiegare.
Non siamo venuti qui a cantare
Nel 1976, a Montreal, c’era una nuotatrice americana: Shirley Babashoff.
Vinse un oro nella staffetta e quattro argenti. Quattro. Ogni volta che toccava la piastra per seconda, davanti a lei c’era una tedesca dell’Est.
Le tedesche dell’Est avevano le spalle larghe e la voce bassa. Lo sentivano tutti. Quando qualcuno chiese conto di quelle voci, un dirigente della squadra rispose che erano venuti lì per nuotare, non per cantare. La frase è celebre. Il nome di chi l’ha pronunciata cambia a seconda di chi la racconta.
Babashoff disse ad alta voce la cosa che stavano pensando tutti.
La stampa la chiamò Surly Shirley, Shirley l’acida. Cattiva perdente. Brutta americana. Gliene scrissero addosso per anni.
Aveva ragione.
Si è saputo nel 1991, caduto il Muro e aperti gli archivi. La Repubblica Democratica Tedesca aveva un programma di doping di Stato, deliberato il ventitré ottobre del 1974 e archiviato sotto la sigla Staatsplanthema 14.25. Riguardò circa dodicimila atleti. Alcuni avevano sette anni. Le compresse venivano consegnate come vitamine.
Il CIO ha dato a Babashoff l’Olympic Order il trenta aprile del 2005. Ventinove anni dopo.
Quello che decide qualcun altro
Arrivati qui c’è una tentazione. È dire: visto? Anche allora c’erano corpi che lì non ci dovevano stare.
No. Sono due cose opposte. Confonderle è il modo più rapido per dare ragione a chi urla.
Nella DDR la disparità l’aveva fabbricata uno Stato, di nascosto, su ragazzine che non sapevano che cosa stessero ingoiando. È stato un reato ed è stato giudicato come tale: nel 2000, a Berlino, Manfred Ewald e Manfred Höppner sono stati condannati per concorso in lesioni personali dolose, anche su minori. Pene sospese, va detto. Duemila atleti hanno riportato danni permanenti. Al 2018 se ne contavano più di trecento morti.
Khelif non ha ingoiato niente. È nata così.
Il caso limite di quella storia si chiama Heidi Krieger, campionessa europea di lancio del peso nel 1986. Quell’anno le somministrarono circa duemilaseicento milligrammi di steroidi: quasi mille in più di Ben Johnson a Seul. Il suo testosterone arrivò a trentasette volte il valore medio femminile.
Nel 1997, a trentun anni, Krieger ha fatto la transizione. Oggi si chiama Andreas.
In un’intervista del 2004 ha detto due cose. Vanno tenute insieme. Che è contento di essere diventato un uomo. E che gli hanno tolto il diritto di «scoprire da solo quale sesso volevo essere».
Il punto in comune fra il 1976 e il 2024 non è il corpo delle atlete.
È che a stabilire che cosa fosse quel corpo, tutte e due le volte, c’era qualcun altro.
Il finlandese
Eero Mäntyranta, fondista, due ori a Innsbruck nel 1964. I quindici chilometri li vinse con quaranta secondi di margine, che nel fondo è una voragine.
Nel 1993 si è scoperto il perché: una mutazione del recettore dell’eritropoietina. Il suo sangue trasportava ossigeno molto meglio di quello di chiunque altro in gara. Era nato così.
Nessuno gli ha mai chiesto di abbassarlo. Nessuno gli ha ritirato le medaglie. Nessuno, che io sappia, ha mai proposto di dividere il fondo in categorie di ematocrito.
Perché lo sport punisce quello che fai, non quello che sei. È una distinzione a cui tengo e non la mollo.
Solo che poi lo sport, in categorie, ci è diviso: di peso e di sesso. Non è una legge di natura. È una scelta. E la scelta ha una ragione precisa, la stessa da un secolo: senza quella divisione, in un mucchio di discipline, le donne non gareggerebbero affatto.
La domanda seria del 2024 era se quella scelta regga anche al confine. E chi debba deciderlo. E con quale criterio, visto che quello ormonale non ha funzionato – tant’è che il CIO e World Boxing sono passati allo screening genetico.
Nessuno l’ha fatta, quella domanda. Erano tutti impegnati a cantare.
Duemilaventisei
Il contratto collettivo della WNBA, firmato a marzo del 2026, stabilisce che possono giocare soltanto le atlete che sono donne. Da nessuna parte spiega che cosa intenda per donna. Ad agosto una commissione di presidenti e general manager si è riunita per discuterne e si è sciolta senza decidere niente.
Due ex giocatori NBA si sono iscritti al draft femminile per fare uno sfregio.
Una comproprietaria dei Seattle Storm è stata sospesa da cinque partite per aver insultato due ragazzine che avevano portato un cartello al palazzetto.
Il cartello diceva: «Grazie, Sophie, per aver parlato a favore delle ragazze».
Fonti
- «Amid tension, Cunningham says she wants to get back to basketball» — ESPN
- «WNBA task force discusses transgender athletes amid furor» — ESPN, 12 agosto 2026
- «Storm co-owner can’t attend 5 home games after fan confrontation» — ESPN
- «Boxer Imane Khelif reveals hormone treatments before Paris Olympics» — AFP, 5 febbraio 2026
- «Pugilato, Imane Khelif rivela: trattamento ormonale prima delle Olimpiadi di Parigi» — Sky TG24
- «Algerian boxer Khelif open to genetic testing by IOC for 2028 Olympics» — Al Jazeera
- «Olympic Boxer Imane Khelif Is Neither Trans Nor Male» — Snopes
- «Parigi 2024, il CIO su Imane Khelif: i test IBA non sono leciti» — Tiscali Sport
- Nuzzo e Pinto, «Sex difference in muscle strength relative to body mass: a meta-analysis» — SportRxiv
- Morris, Link, Martin e Carrier, «Sexual dimorphism in human arm power and force» — Journal of Experimental Biology, 2020
- «Staatliches Doping in der DDR» — Wikipedia in tedesco
- «DDR Staatsplanthema 14.25» — Doping-Archiv
- Andreas Krieger — Wikipedia
- «Athlete says sports steroids changed him from woman to man» — CNN, 2008
- Shirley Babashoff — Wikipedia
- «Doping’s Darkest Hour: The East Germans and the 1976 Montreal Games» — Swimming World
- Eero Mäntyranta — Wikipedia
- «Olympic Games: when the haematocrit does not fit, the athlete is not always a cheat» — Journal of Internal Medicine, 2024
Aldo Carnero
Musicista e autore
Aldo Carnero, Torino 1969. Su Sensi scrive di corpi, desiderio e linguaggio della società.
www.aldocarnero.itLe Lettere di Frutille
Un invio discreto, quando c'è davvero qualcosa da condividere.