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Frutille
Atlete e telecamere: la polemica e il testo vero

di Aldo Carnero — Musicista e autore

Ventitré pagine, quattro titoli

A pagina 12 c’è la fotografia di un’atleta che solleva l’asta prima della rincorsa. La didascalia accanto ha una sobrietà quasi da verbale: l’atleta si piega in avanti davanti all’obiettivo, e un’inquadratura un po’ più chiusa sul viso qualche istante prima, oppure l’operatore che si spostava di lato, avrebbero evitato quell’immagine.

È un appunto di mestiere. Il genere di cosa che un regista scrive a un altro regista.

Il documento si chiama Raising the Bar, l’ha pubblicato il 15 luglio l’Unione europea di radiodiffusione, e conta ventitré pagine.

Poi è arrivato sui giornali.

«L’Ebu impone nuove regole nelle riprese delle sportive.» «Rivoluzione nell’atletica: cambieranno tutte le inquadrature tv.» «Il corpo delle atlete non può essere un tabù: l’autogol delle riprese politicamente corrette.» Dal Regno Unito, per non essere da meno: i tredici angoli di ripresa vietati dai capi della tv.

A pagina 4 il documento scrive di sperare di somigliare «meno a una lista di restrizioni e più all’inizio di una conversazione».

Aprirlo era gratis.

Che cosa c’è dentro

Comincio dalle cose noiose, perché sono quelle che non sono state dette.

L’EBU non è l’Unione Europea. È un’alleanza di emittenti di servizio pubblico con sede a Ginevra, nata a Torquay il 12 febbraio 1950 perché ventitré emittenti avevano bisogno di scambiarsi programmi; oggi sono centotredici in cinquantasei paesi. Non emana regolamenti e non ha poteri sanzionatori: quel testo l’ha scritto con European Athletics e l’ha messo gratis a disposizione di chiunque riprenda atletica, europeo o no.

Dentro ci sono due pagine di dichiarazione d’intenti, e poi quindici pagine di piano-camere.

Il piano-camere va avanti telecamera per telecamera — C1, C2, C3, la mini cam, la pico, la pole cam — su salto in alto, asta, salti in estensione e corse, e per ognuna elenca gli angoli buoni e quelli da evitare. Camera 3 è spesso un ostacolo per chi fa le prove di rincorsa in riscaldamento: meglio metterla su ruote.

Non è nemmeno il primo documento del genere. Il Comitato Olimpico Internazionale pubblica le sue Portrayal Guidelines dal 2018: seconda edizione nel 2021 per Tokyo, aggiornata di nuovo per Parigi. Quattro documenti in otto anni, e sui primi tre non ricordo un titolo.

Pazienza.

Il novanta per cento del salto

L’argomento centrale del piano-camere, però, non è che si guardava troppo.

È che si guardava la parte sbagliata.

A pagina 4 sta scritto che sono le atlete stesse a far notare, con una certa costanza, come le inquadrature che mostrano meglio potenza, precisione e tecnica siano spesso le stesse che le trattano con dignità. E a pagina 15 Holly Bradshaw, medaglia olimpica nel salto con l’asta, lo mette in numeri: quello che decide un salto è la rincorsa, la velocità del penultimo appoggio, la torsione dopo lo stacco. «Concentrandosi su questi aspetti, che sono il novanta per cento del salto, invece che solo sul valico dell’asticella e sull’atterraggio, non solo si offre una lettura più utile, ma si eliminano naturalmente gli angoli di ripresa potenzialmente compromettenti.»

Il rallentatore sul materassino, insomma, non era soltanto indecoroso.

Non spiegava niente.

Così com’è posto, l’argomento è tecnico prima che morale: in quindici pagine non c’è nessuno sul banco degli imputati, c’è da imparare a puntare la Camera 1 sulla rincorsa. È una soluzione, ed è talmente noiosa che non ha fatto un titolo.

Perché soltanto le donne

Qui però va detta una cosa, perché è la domanda che in tre settimane non ho visto fare a nessuno.

Se il consiglio è tecnico, vale per chiunque salti. Il novanta per cento di Bradshaw è il novanta per cento di Duplantis. Perché allora un documento intitolato Women’s Athletics?

Le ventitré pagine, a cercarla, la risposta la danno — e non è quella che si aspetterebbero né i difensori né i detrattori.

Le parole «donne» e «genere» compaiono soltanto in copertina, nell’intestazione di pagina, nelle due prefazioni e nelle testimonianze delle atlete. Nel piano-camere non ci sono. Non una volta, in quindici pagine. Le istruzioni parlano di un atleta: qualunque telecamera che riprenda da sotto un atleta, sta scritto a pagina 20, ha buone probabilità di produrre immagini compromettenti.

E le prefazioni promettono entrambe qualcosa di più largo di quello che la copertina consegna. Glen Killane, direttore dell’area sport dell’EBU, si impegna a garantire che «tutti gli atleti siano rappresentati con correttezza, accuratezza e rispetto». Dobromir Karamarinov, presidente di European Athletics, che lo sport rispetti «tutti gli atleti, indipendentemente da genere, nazionalità, razza, religione» e orientamento sessuale.

Poi si volta pagina e il titolo corrente dice Women’s Athletics.

La differenza, dunque, non sta nell’ottica e non sta nel consiglio. Sta in cosa succede all’inquadratura dopo. Il rallentatore su un astista uomo, per brutta televisione che sia, non ha prodotto — almeno, non ho trovato niente che lo documenti — il mercato di ritagli che ha prodotto l’altro. Ed è di quel mercato che parla Bradshaw a pagina 5: insulti sui social, e video inappropriati di sé e di sue colleghe ricavati dai rallentatori delle gare.

Il consiglio tecnico è di tutti. Il danno che è servito perché qualcuno finalmente lo scrivesse, no.

Il meccanismo, applicato al documento

Il modo esatto in cui quei video nascono è questo: si prende un frammento, lo si stacca dal contesto in cui aveva un senso tecnico, e lo si rimette in circolo perché un frammento viaggia più veloce di una gara intera.

Vale la pena rileggere i quattro titoli dell’inizio tenendo a mente la frase.

Perché è successo lo stesso al documento. Si è preso un fotogramma di ventitré pagine, lo si è staccato dal contesto in cui era un appunto fra operatori, e lo si è rimesso in circolo, perché una pagina viaggia più veloce di un piano-camere.

L’hanno fatto in due, e questo è il punto che mi interessa. L’ha fatto chi ci ha letto una censura e l’ha fatto chi ci ha letto una vittoria epocale. Alle due letture serviva la stessa cosa: che quel documento fosse un divieto. Perché una raccomandazione tecnica non produce due squadre, e un divieto sì.

Qui finisce quello che posso documentare e comincio io: trovo quella lettura ridicola, e ho il sospetto che in qualche caso non fosse nemmeno ingenua. Chi ha parlato ha detto cose circostanziate e verificabili, e in tre settimane di polemica non ho visto discutere un solo angolo di ripresa.

Centocinquanta euro a testa

C’è un motivo per cui questo copione risulta familiare, e viene da lontano.

Le regole sul corpo di chi gareggia esistono da venticinque secoli, e hanno riguardato quasi sempre il decoro. A Olimpia una legge degli Elei prevedeva che le donne colte ad assistere ai Giochi nei giorni vietati venissero precipitate dal monte Tipeo, e l’unica ammessa nello stadio era la sacerdotessa di Demetra Chamyne, che guardava le gare seduta sull’altare. Poi però Pausania, che ci racconta l’una e l’altra cosa, altrove scrive che le fanciulle non erano escluse — e gli studiosi litigano da tempo su quale delle due frasi sia il refuso di un copista.

Venticinque secoli, e la prima regola sullo sguardo non sappiamo con certezza cosa dicesse.

A Olimpia le donne però correvano, agli Heraia, nello stesso stadio su un percorso accorciato di un sesto. La divisa la descrive lo stesso Pausania: capelli sciolti, tunica poco sopra il ginocchio, spalla destra scoperta fino al seno.

Prescritta.

Il salto in avanti più vicino a noi è del 18 luglio 2021, a Varna: la nazionale norvegese di beach handball gioca la finale per il bronzo contro la Spagna in pantaloncini aderenti invece degli slip previsti dal regolamento. Il permesso l’avevano chiesto prima del torneo e si erano sentite rispondere che sarebbero state multate. Hanno giocato comunque, hanno perso 0-2, e la commissione disciplinare della federazione europea le ha multate: millecinquecento euro, centocinquanta a testa. La Norvegia lo chiedeva dal 2006.

Quindici anni. Il regolamento è cambiato dal 1° gennaio 2022, e recita che le atlete «devono indossare pantaloncini aderenti a vestibilità stretta».

Non una scelta. Un obbligo diverso.

Nel beach volley la scelta invece esiste, dal 2012: bikini, pantaloncini, leggings, maniche lunghe, anche per ragioni religiose o culturali. Molte continuano a preferire il bikini, e lo spiegano con argomenti pratici: la sabbia, e il modo in cui un costume si sposta quando ti tuffi.

Nessun titolo. Una scelta non produce due squadre.

A voce bassa

La distinzione che regge tutto il piano-camere, alla fine, è semplicissima: se guardi il gesto intero non stai guardando un pezzo.

Non riguarda soltanto le telecamere. E nell’unico posto in cui riguarda tutti non c’è una regia, non c’è una federazione, non c’è un piano-camere.

Quando qualcuno è nella stessa stanza, e la luce è bassa, nessuna linea guida ti dice dove mettere gli occhi. Non serve, e non funzionerebbe: la differenza fra uno sguardo che è benvenuto e uno che non lo è non si misura in quanto guardi, né in quanto poco. Si misura in tutt’altro, e non la si può delegare a un documento.

Anche lì, del resto, il novanta per cento avviene prima.

Ed è la parte che nessuno riprende.

Chi l’ha scritto

L’ultima pagina di Raising the Bar è la pagina dei crediti, e vale il prezzo del biglietto.

Quindici nomi. Sette registi. Tre operatori di ripresa. Due tecnici di montaggio. Una grafica, e una responsabile dello sport femminile dell’EBU. Più una commentatrice, Hannah England, che accanto al nome porta la sigla di chi ai Giochi Olimpici è andato a gareggiare: quelle telecamere le ha avute puntate addosso.

Il documento del politicamente corretto l’hanno scritto quelli che tengono la telecamera.

Nessuno di loro ha firmato un titolo.

Fonti

Aldo Carnero

Aldo Carnero

Musicista e autore

Aldo Carnero, Torino 1969. Su Sensi scrive di corpi, desiderio e linguaggio della società.

www.aldocarnero.it

Le Lettere di Frutille

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