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Frutille
Il linguaggio inclusivo e le parole che schierano

di Aldo Carnero — Musicista e autore

Il saluto che non saluta nessuno

Ad aprile un account che si chiama Theme Park Cheetah ha pubblicato su X un video girato col telefono a bordo della monorotaia che collega il Magic Kingdom ai parcheggi. Si sente l’annuncio registrato di servizio, quello che nessuno ascolta perché lo ha già sentito trenta volte. Comincia con ladies and gentlemen.

Nessun comunicato, nessuna nota agli azionisti. Interpellata da Fox Business, la Walt Disney Company non ha risposto.

Il modo in cui la macchina narrativa più riconoscibile del Novecento saluta i propri clienti è cambiato, e lo abbiamo saputo perché un tale in fila ha alzato il telefono.

Vale la pena ricordare com’era andata la prima volta.

Due volte in cinque anni

Nel luglio del 2021 la formula ladies and gentlemen, boys and girls è uscita dall’apertura di Happily Ever After, lo spettacolo pirotecnico serale del Magic Kingdom, sostituita da Good evening, dreamers of all ages. Nel marzo del 2022 Vivian Ware, allora responsabile della diversità nei parchi, ha spiegato che la società aveva rimosso «tutti i saluti di genere dai nostri annunci dal vivo», e che ai cast member era stato insegnato a dire hello everyone, oppure hello friends.

Neanche quella volta la decisione è arrivata da un annuncio. È arrivata da un intervento in un contesto laterale, e l’ha raccontata la stampa.

PolitiFact, che in aprile ha provato a ricostruire la vicenda della monorotaia, ha trovato registrazioni contraddittorie sparse fra il 2022 e il 2026: in certi video il saluto c’è, in altri no, e non esiste una data a cui appendere il cambiamento. Alla richiesta di chiarimenti, anche lì, Disney non ha risposto.

Un’azienda che ha costruito un secolo di fortuna sul controllo maniacale di ogni dettaglio dell’esperienza dell’ospite ha modificato due volte in cinque anni la prima frase che l’ospite sente, e le due volte ha preferito che non se ne parlasse.

Questo è il fatto interessante. Non la frase.

Chi ha cambiato cosa, e quando

Perché la storia che si racconta in giro è un’altra, e non regge.

La versione corrente dice che il nuovo corso arriva con Josh D’Amaro, amministratore delegato dal 18 marzo di quest’anno, e che con lui la società archivia la stagione delle politiche identitarie. Le date dicono altro.

La revisione delle politiche su diversità, equità e inclusione è del febbraio 2025: Disney chiude il programma «Reimagine Tomorrow», ritira le linee guida sull’aspetto del personale, toglie «Diversity & Inclusion» dai parametri di valutazione dei dirigenti e li sostituisce con «Talent Strategy». È lo stesso mese in cui la Federal Communications Commission apre un’istruttoria proprio su quelle politiche. Amministratore delegato, in quel momento, è Bob Iger. D’Amaro diventerà capo dell’azienda tredici mesi dopo.

E D’Amaro, nel frattempo, dov’era? A capo dei parchi. Cioè della divisione in cui i saluti di genere sono stati eliminati. Il 13 aprile 2021 ha firmato sul blog dei parchi un intervento intitolato A Place Where Everyone is Welcome, dove si legge che inclusion is essential to our culture and leads us forward.

Metà della stampa americana lo ha accolto come l’uomo che chiude i conti con l’ideologia. L’altra metà, con pari entusiasmo, come l’uomo che di appartenenza ha sempre capito qualcosa.

Hanno citato lo stesso curriculum.

Il colpetto di bacchetta sul leggio

Ecco cosa mi sembra sia successo, e non riguarda i parchi a tema.

Ladies and gentlemen era una formula d’epoca: un po’ ferroviaria, un po’ circense, del tutto priva di contenuto. Serviva a far capire che l’annuncio stava per cominciare, come il colpetto di bacchetta sul leggio. Poi, per un paio d’anni, dire quelle tre parole ha significato qualcosa. E non dirle ha significato qualcosa.

Da quel momento nessuna delle due opzioni era più disponibile. Qualunque cosa scegliessi, avevi dichiarato una posizione — e anche non scegliendo affatto, come ha fatto Disney tacendo per cinque anni, l’avevi dichiarata.

Un saluto che non si può pronunciare senza schierarsi ha smesso di salutare.

Disney è il caso in cui la faccenda si vede meglio, perché Disney parla a tutti e quindi paga subito il prezzo di ogni parola. Ma il meccanismo non è suo. È di chiunque apra la bocca.

La Crusca, letta per intero

Da noi il campo di battaglia sono due segni: l’asterisco, e lo schwa — la ə, la vocale centrale dell’alfabeto fonetico internazionale.

Il 9 marzo 2023 l’Accademia della Crusca ha risposto a un quesito del Comitato Pari Opportunità del Consiglio Direttivo della Corte di Cassazione. La risposta, curata da Paolo D’Achille, esclude nella lingua giuridica «l’uso di segni grafici che non abbiano una corrispondenza nel parlato». La ragione è di una semplicità disarmante: puoi scrivere tutt*, ma quando apri la bocca devi decidere.

A questo si aggiunge un argomento che la Crusca non fa, e che invece fanno da anni le persone che si occupano di accessibilità: gli screen reader non sanno che farsene della ə, e la annunciano come «simbolo schwa» ogni volta che la incontrano. Un testo così è faticoso per chi è cieco e ostile per chi ha un disturbo dell’apprendimento. Un segno introdotto per non lasciare fuori nessuno lascia fuori qualcuno.

Il parere della Crusca, però, viene citato quasi sempre a metà, e la metà che si tace è quella che conta. Nello stesso documento l’Accademia raccomanda l’uso «largo e senza esitazioni» dei nomi di cariche e professioni al femminile — magistrata, avvocata, procuratrice — e invita a lasciar perdere i raddoppiamenti del tipo «lavoratori e lavoratrici», in favore del plurale maschile non marcato, scrive, «al fine di includere e non prevaricare».

Chi la cita come un argine contro ogni modifica della lingua le fa un torto. L’Accademia propone dei cambiamenti e ne scarta altri, con un criterio unico: si tiene quello che si può pronunciare.

Che è un criterio piuttosto ragionevole, per una cosa che serve a parlare.

Quello che penso io

Qui finisce quello che posso documentare, e comincio io.

Ho l’impressione che un segno nato per non escludere nessuno finisca per dire da che parte sto prima di dire di che cosa sto parlando. Che chi lo usa venga collocato, e chi non lo usa venga collocato di fronte, e che nessuno dei due abbia chiesto di essere collocato. L’uguaglianza, per strada, si è trasformata in un segno di riconoscimento — e i segni di riconoscimento servono a distinguere. È il loro mestiere.

Non ho dati per dimostrarlo, e non credo che esistano: non conosco studi che stabiliscano che un asterisco produca una fazione. È quello che vedo, è un’opinione, la firmo.

Quello che mi pare difficile da negare è più modesto. La faccenda ha prodotto due squadre, le due squadre discutono di desinenze con notevole impegno, e le persone di cui si discute stanno sullo sfondo a fare le comparse.

A luce bassa

C’è un posto in cui questo problema non esiste.

Quando una persona è nella stessa stanza, e la luce è bassa, e quello che devi dirle riguarda il corpo — il suo, il tuo — non hai un pubblico da rassicurare e non hai una categoria da rispettare. Hai una persona sola davanti. Ha un nome, e ti ha detto lei come vuole essere chiamata.

Non serve un segno grafico per tenerne conto. Serve avere ascoltato.

È una cosa che non si può mettere in una linea guida, non si può scalare, non regge un ufficio comunicazione. Funziona proprio per questo.

La monorotaia del Magic Kingdom, per cinque anni, ha detto ai passeggeri sognatori di ogni età.

Una frase gentile, pensata a lungo, rivolta a tutti.

Nessuno l’ha mai sentita come rivolta a sé.

Fonti

Aldo Carnero

Aldo Carnero

Musicista e autore

Aldo Carnero, Torino 1969. Su Sensi scrive di corpi, desiderio e linguaggio della società.

www.aldocarnero.it

Le Lettere di Frutille

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