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BDSM significato: cosa dicono le lettere

A cura della Redazione Frutille

BDSM, cosa vuol dire la sigla

BDSM è una sigla che comprime tre coppie di termini sovrapposti (bondage e disciplina, dominazione e sottomissione, sadismo e masochismo) e nomina pratiche molto diverse fra loro. Quello che le tiene insieme non è il tipo di gesto, ma il modo in cui viene concordato: la norma condivisa è negoziare il consenso in modo esplicito prima, con limiti dichiarati e una parola scelta in anticipo per interrompere.

Cosa dicono le lettere

Le lettere sono quattro, le parole sei, perché due lettere lavorano due volte. La B sta per bondage. La D vale sia per disciplina sia per dominazione. La S vale sia per sottomissione sia per sadismo. La M sta per masochismo. Letta per intero, la sigla contiene tre coppie: bondage e disciplina, dominazione e sottomissione, sadismo e masochismo.

Le tre coppie non sono tre sinonimi. Descrivono piani diversi: la prima riguarda quello che si fa al corpo e alle sue possibilità di movimento, la seconda riguarda come viene distribuito il ruolo fra due persone, la terza riguarda il tipo di sensazione che si cerca. Una pratica può appartenere a un piano solo, oppure a tutti e tre insieme.

La sovrapposizione delle lettere racconta anche come la sigla si è formata. Prima circolavano abbreviazioni separate, ciascuna con il proprio ambiente e la propria storia; la sigla intera compare per la prima volta all’inizio degli anni Novanta, nei primi spazi di discussione online, saldata in una parola sola che sfrutta le lettere in comune.

Ne segue una cosa che spiega quasi tutti gli equivoci successivi: la sigla è un elenco cresciuto per aggregazione. Nessuno l’ha disegnata e nessuna definizione la precede. Chi la incontra oggi si aspetta un significato unico e trova invece un insieme largo, dentro il quale convivono cose che non si somigliano.

Quello che tiene insieme cose molto diverse

Sotto le stesse quattro lettere stanno un polso legato con una corda, un ruolo tenuto per una sera, un’intensità di contatto più alta del solito, una regola concordata che vale soltanto dentro una stanza. Chi guarda da fuori cerca il denominatore comune nei gesti e lì non lo trova.

Il denominatore comune sta un passo prima. In quasi tutte queste pratiche l’accordo viene preso in anticipo, in un momento in cui nessuno è ancora dentro la scena: chi fa che cosa, fino a dove, per quanto tempo e con quale segnale si interrompe tutto. Quella conversazione ha un nome proprio, negoziazione. L’esistenza del nome dice già parecchio: è una parte prevista, non un supplemento di prudenza.

Ne discende anche il confine. Dentro quel vocabolario, una pratica che esce dall’accordo non ha un nome tecnico più morbido: è semplicemente fuori. La struttura serve a tenere separate due cose che dall’esterno possono somigliarsi.

Fuori da quel perimetro l’accordo sul sesso funziona spesso in un altro modo. Si forma mentre le cose accadono, si aggiorna sul momento e passa per segnali da leggere in tempo reale, quando il limite si legge mentre sta arrivando. È un sistema che regge benissimo finché i segnali restano leggibili.

Il BDSM sposta quella lettura più indietro, la mette in parole e chiede che resti revocabile con una parola sola. La ragione è pratica prima che ideologica: quando il margine di errore si stringe, perché una pratica comporta un rischio fisico o tocca qualcosa che pesa, l’implicito costa troppo.

Perché il vocabolario è così preciso

Il gergo è la parte che arriva per prima a chi guarda da fuori e somiglia a un colore locale. Visto da vicino è una procedura compressa in quattro o cinque parole.

Safeword. Una parola concordata prima, che interrompe quello che sta succedendo. Serve perché dentro una situazione costruita le parole ordinarie possono diventare ambigue: «no» e «basta» rischiano di appartenere alla scena stessa. La safeword viene scelta proprio perché non c’entra niente con quello che sta accadendo. Per questo non si presta a fraintendimenti.

Limiti morbidi e limiti rigidi. Due espressioni dove ne basterebbe una. La differenza è tutta lì: il limite morbido è ciò che resta fuori ma rimane negoziabile, per un altro momento o a certe condizioni; il rigido è ciò che resta fuori e basta. Un no generico non distingue i due casi, mentre la distinzione è esattamente quello che serve sapere.

Aftercare. Il nome del tempo che viene dopo, trattato come parte della cosa e non come una coda. Che esista un termine dedicato dice che quel tempo è previsto in partenza.

Poi ci sono due formule che quell’ambiente si è dato e su cui discute da decenni. La prima, SSC, sta per «sicuro, sano e consensuale» ed è nata nel 1983, dentro il documento programmatico di un’associazione di New York; la mano è quasi certamente quella di David Stein, che però ha raccontato di non ricordare di averla coniata. La seconda, RACK, «consapevole del rischio, consensuale e non convenzionale», è arrivata alla fine degli anni Novanta e sposta l’accento: invece di dichiarare sicura una pratica, chiede che chi la fa sappia quale rischio sta correndo.

Il merito di quella discussione riguarda chi pratica. Quello che se ne vede da fuori è più semplice: un ambiente che si scrive le proprie formule, le abbrevia e poi torna a correggerle si comporta più come un mestiere che come un gusto.

Cosa se ne può prendere anche restando fuori

Qui c’è la parte che riguarda chiunque, compreso chi non ha nessuna intenzione di avvicinarsi.

L’idea che un accordo possa essere messo in parole prima, da fermi, con un vocabolario abbastanza fine da distinguere «non adesso» da «mai», è utile ovunque. Nel sesso ordinario quell’accordo resta spesso implicito: si pratica giorno per giorno, si aggiusta sul momento e funziona bene, però lascia scoperto tutto quello che nessuno ha voglia di dire mentre sta succedendo.

Quell’ambiente non ha inventato il consenso. Gli ha dato una forma scritta: dei nomi, delle distinzioni, delle formule discutibili abbastanza da poterne discutere. Chi resta fuori può prendersi la parte astratta, che è poi la più trasferibile. Trovare da sé le parole per una cosa, prima di doverla dire in due, è già metà del lavoro.

Dove finisce questo articolo

Conviene dirlo apertamente: l’articolo finisce qui. Questo testo spiega cosa vuol dire la sigla e quale struttura tiene insieme quello che nomina. Si ferma prima del come si fa: non dice da dove si comincia, che cosa si usa, quali pratiche comportano quali rischi e in che modo quei rischi si riducono.

Quella parte richiede fonti diverse da un articolo divulgativo; chi pratica se le è già cercate. Un pezzo come questo che provasse a contenerla darebbe l’impressione di bastare, che è la cosa peggiore che possa fare.

Resta un’osservazione che vale da qualsiasi distanza la si legga. Delle quattro lettere, la parte interessante è quella che nella sigla non compare: il vocabolario che le sta intorno e l’idea che un accordo si possa dire per intero prima, in modo che poi nessuno debba indovinarlo.

Fonti

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